Mai Stati Uniti

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Cinque sconosciuti – tre uomini e due donne – scoprono di essere fratelli per parte di padre. E per intascare la sua eredità dovranno portare le sue ceneri in America

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Lo spunto non è originalissimo ma nemmeno tanto male: per cinque persone senza arte né parte la scoperta di avere un padre di cui si era ignorata l’esistenza fino alla sua morte è uno choc (le mamme non erano state molto leali, con loro e i rispettivi mariti…) ma anche la possibile svolta. Quel padre gli lascia in eredità nove milioni di euro: se li divideranno, però, solo se porteranno le sue ceneri in America, disperdendole in un lago dell’Arizona. I fratelli Vanzina – come sempre, Carlo alla regia ed Enrico alla sceneggiatura – tornano negli Stati Uniti a vent’anni da Sognando la California. Nel frattempo sono diventati meno ruspanti ma i loro film sono anche più professionali e meno “sgarruppati”: su di loro è quasi impossibile non essere prevenuti, ma se un loro detrattore vedesse Mai Stati Uniti senza sapere che è un “Vanzina movie” non crediamo ne parlerebbe poi così male. Il meglio lo danno gli attori (ben diretti: quindi il merito è del regista, Carlo): Vincenzo Salemme, anche lui snobbato dalla critica, è sempre perfetto per tempi comici e brillantezza (certo, meriterebbe altre occasioni alla sua altezza), Anna Foglietta cresce di film in film, Ambra Angiolini è più spiritosa e in forma che in altre commedie (come il pessimo Viva l’Italia), Giovanni Vernia – pur con poca conoscenza ancora dello specifico cinematografico – simpatico e già un passo oltre il suo debole esordio da protagonista Ti stimo fratello); ma il meglio lo danno l'ottimo Ricky Memphis, qui padre separato che deve riconquistare la stima del figlioletto, e un piccolo-grande cameo di Maurizio Mattioli, a cui la definizione di caratterista sta sempre più stretta, nei panni di un turista romano con cui il quinquetto di sciamannati si scontra a Las Vegas. I cinque protagonisti, scopertisi fratelli, sono un campionario di tic, meschinità, gaffe e sfortune assortite: c’è il giocatore d’azzardo, il meccanico disoccupato e appunto in crisi come marito e padre, l’ansiosa con attacchi di panico, la disinibita di scarsa classe, l’ingenuo amante degli animali. Cliché, certo, al servizio di una storia molto semplice; dove non mancano, ahinoi, un paio di volgarità inutili (la scena del bordello dove finiscono Salemme e Memphis, per esempio; anche se viste le premesse, si poteva sfociare in situazioni ancora più pesanti, mostrando e non alludendo) e alcune banalità. Ma i cinque attori sono brillanti e ben affiatati, non pochi sono i momenti divertenti, l’alchimia tra questi fratelli che stanno insieme solo per la futura eredità da spartirsi e poi pian piano si affezionano l’un l’altro è ben gestita; e, soprattutto, attori e confezione generale denotano un professionismo nettamente superiore ai film comici del recente Natale 2012 (il triplice Albanese di Tutto tutto niente niente e I due soliti idioti soprattutto). Troppo poco per fare una commedia davvero importante (e qui entra sempre un po' di pigrizia e di sciatteria, purtroppo), abbastanza per una decente pellicola comica che non fa vergognare dell’ora e mezza trascorsa. Ovviamente chi non ama il genere, si astenga.,Antonio Autieri

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