Macbeth

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Macbeth, signore di Glamis, spinto dall’oscura profezia e incoraggiato dalla consorte, uccide il suo sovrano Duncan e diventa re di Scozia. Ma è l’inizio della follia

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Machbeth (id.)
Francia/Gran Bretagna 2015 – 113’
Genere: drammatico/storico
Regia di: Justin Kurzel
Cast principale: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Paddy Considine, David Thewlis, Jack Reynor
Tematiche: ambizione, potere, matrimonio, colpa, regalità, profezie, destino, lealtà
Target: da 16 anni

Macbeth, signore di Glamis, spinto dall’oscura profezia e incoraggiato dalla consorte, uccide il suo sovrano Duncan e diventa re di Scozia. Ma è l’inizio della follia…

Recensione

Passato in concorso al Festival di Cannes 2015, quello di Kurzel (al suo attivo un piccolo cult, Snowtown) è solo l’ultimo di numerosi adattamenti (tra i più famosi quelli di Kurosawa, Welles e Polanski) della tragedia “maledetta” di Shakespeare, forse il più terribile e compiuto apologo mai scritto sull’intreccio tra ambizione umana e destino. A impreziosire una pellicola per certi versi volutamente ardua c’è un cast di altissimo livello (anche su parti che richiedono poche battute o nessuna), in cui spiccano le interpretazioni straordinarie di Michael Fassbender e Marion Cotillard nei panni nel protagonista e della sua consorte. I due regalano ai protagonisti, oltre alla ferocia e alla follia che c’è da aspettarsi da loro, improvvisi lampi di tenerezza laddove il film esplora il vuoto (il figlio perduto con il cui funerale si apre la storia) che dà origine alla rovinosa ambizione della coppia. È in questo interrogarsi sul nascere dell’ambizione e del desiderio di trascendere l’umano il tratto più originale e interessante di una messa in scena molto filologica: il mondo di Macbeth è quello di un medioevo profondo e primitivo (storicamente siamo nell’XI secolo), che unisce vestigia dell’antichità cristiana e costumi pagani, fatto di paesaggi desolati e manieri che sono poco più che capanne o di castelli terribilmente vuoti.
Dove il film si concede di deviare rispetto al tragediografo inglese è in alcuni significativi tagli e deviazioni, che insensibilmente modificano la nostra percezione dei rapporti di forza e delle debolezze dei personaggi. Il Macbeth di Fassbender è un uomo segnato dalla violenza della guerra, un reduce tormentato dai fantasmi dei morti (tanto che quello più celebre, Banquo, non è che la punta dell’iceberg di un malessere più diffuso), dalla mancanza di discendenza, da un futuro che ostinatamente rifiuta di svelarsi se non per enigmi e che per questo diventa imprescindibile determinare. La sua lady è una donna insieme spietata come un coltello e fragile nel suo disperato desiderio/rifiuto della maternità, il cui precipitare nella follia ancor più che dalla visione del morto Duncan è provocata dalla morte atroce di Lady Macduff e dei suoi figli (che con una licenza poetica assai significativa vediamo consumarsi sotto i suoi occhi su un rogo). La maternità mancata e impossibile (la profezia delle streghe punta chiaramente alla discendenza di Banquo ma il ventre di lady Macbeth resta ostinatamente vuoto prima e dopo l’ascesa al trono) diventa così la chiave per comprendere la repentina disposizione al tradimento, così come il figlio perduto ritorna in ogni ossessiva visione di Macbeth prima e dopo l’omicidio.
Sono senza dubbio questi gli elementi più interessanti di una storia che qua e là poi si perde in una compiaciuta iterazione dei suoi motivi più poetici e che su altri personaggi procede fin troppo per ellissi, talora privandoli di autonomia e interesse. Resta così solo tratteggiato a metà il re Duncan vittima di Macbeth ma anche il suo erede Malcom, uomo senza qualità e senza colpe, e Macduff, l’uomo del destino che piega con la sua esistenza la profezia bugiarda delle streghe che lo ha privato della famiglia. Macbeth resta la tragedia dell’ambizione frustrata e compiuta, ma anche dell’interrogarsi su destino e libero arbitrio, su ciò che significhi essere umani e ambire a un oltre irraggiungibile, sul desiderio che – piegato dalla disperazione – diventa sete di potere che non può essere placata. Il film di Kurzel resta un oggetto di ammirevole fattura, poetico e suggestivo, con punte di grande intensità ma un andamento a volte spossante, che lascia lo spettatore con un senso di parziale incompiutezza solo in parte controbilanciata da quello di pietas nei confronti dei suoi protagonisti e dei loro terribili errori.

Laura Cotta Ramosino

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