L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’uomo che uccise Don Chisciotte

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Un cinico regista pubblicitario si imbatte in un vecchio attore impazzito che si crede Don Chisciotte e si ritrova immerso in diverse avventure…

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Toby è un cinico regista pubblicitario, in Spagna a girare uno spot con il suo capo e la moglie del suo capo di cui Toby è l’amante. Durante le riprese, però, un gitano gli consegna un dvd di un film che Toby aveva fatto quando era studente, tratto dal Don Chisciotte di Cervantes. La visione di quel film gli ricorda di quando era ancora idealista e innamorato della vita e decide di ritornare sui luoghi dove aveva girato quel film. Per la strada si imbatterà nel suo vecchio attore dell’epoca, che non è mai uscito dal ruolo di Don Chisciotte, e sarà proprio questo pazzo Don Chisciotte a coinvolgerlo come Sancho Panza in una serie di allucinanti avventure alla ricerca della Dulcinea, al limite tra realtà, fantasia e follia, in cui forse Toby riuscirà a ritrovare un po’ di umanità.

È da 25 anni che Terry Gilliam provava a realizzare questo film: sono successe le peggio sfurtune e le peggio disgrazie alle produzioni che ci hanno provato (documentate da un curioso documentario, Lost in La Mancha), diventando un film maledetto e impossibile. È in qualche modo filologicamente corretto che un film su Don Chisciotte sia un’impresa impossibile. Eppure Terry Gilliam è un personaggio fuori da ogni regola che può ricordare gli eroi idealisti e fuori dal tempo di Cervantes. Gilliam è un ex membro del gruppo comico dei Monty Phyton, e da regista ha realizzato alcuni dei film più folli, ma allo stesso tempo culturalmente significativi a cavallo tra i due millenni, dal libero adattamento di 1984 in Brazil, Le avventure del barone di Munchausen, fino a La leggenda del re pescatore e L’esercito delle 12 scimmie.

Questo ultimo film di Gilliam è in linea con i suoi ultimi lavori, Parnassus e The Zero Theorem: è un accumulo strutturale di idee e situazioni, tra un discorso meta-cinematografico molto spinto, la commedia picaresca e le più sane e fanciullesche avventure fantastiche. Nell’accumulo costante ogni tanto sborda, soprattutto nella prima parte ci sono alcune ripetizioni, situazioni di troppo, o trovate di cattivo gusto, eppure anche queste “deformità” non vanno ad intaccare il divertimento e il gusto della narrazione che lo spettatore prova. È un picaresco lasciarsi immergere in questo gioco che è degno delle migliori narrazioni avventurose, di quell’avventura fanciullesca, che ormai al cinema si vede sempre meno. Poi, tutta la lunga sequenza finale della festa al castello (ricostruito in un ex convento) è un concentrato di tutta la grandezza del cinema di Gilliam (con i significativi contributi di scene e costumi), barocca, eccessiva, dove il confine tra realtà e follia si perde; veramente una pagina di grande cinema. In tutto ciò è notevole anche il gioco di attori: Adam Driver (Kylo Ren nei nuovi Star Wars, e coprotagonista in Blackkklansman di Spike Lee che esce contemporaneamente a questo film) bravissimo nel ruolo del cinico regista che man mano ritorna ad essere sognatore, straordinariamente credibile anche nei flashback da ragazzo; e straordinario Jonathan Pryce, un attore noto al cinema solo in piccoli ruoli (ma uno dei pochi ruoli da protagonista fu proprio con Gilliam in Brazil), qua immenso come Don Chisciotte. E i duetti tra i due sono veramente divertentissimi. Degna di menzione è anche l’attrice portoghese Joana Ribeiro, Lady Dulcinea, qua all’esordio internazionale.

Insomma, un film squilibrato e deforme ma che non può non divertire e a cui non si può non voler bene, con una morale ben precisa, come in una fiaba: in questo mondo cinico chi non riesce a perdere la propria umanità in qualche modo un po’ pazzo lo deve essere. Gli ideali e i sogni del Don Chisciotte sono pazzia, ma in fondo rimangono più veri.

Riccardo Copreni