L'uomo nero

L'uomo nero

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La morte del padre fa tornare un uomo nella natia Puglia. Alla riscoperta di un passato doloroso, e delle ragioni di un padre incompreso e non amato.,

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Che cos’è il pregiudizio? E cosa può provocare in un uomo subirlo con cattiveria ostinata? È quanto si chiede il nuovo film diretto da Sergio Rubini, anche nei panni del protagonista Ernesto Rossetti, un capostazione di un piccolo paese in Puglia negli anni '60. Il film comincia ai giorni nostri, quando il figlio Gabriele viene richiamato al suo capezzale: il padre, prima di morire, fa in tempo solo a citare due compaesani apostrofandoli con un insulto. Questa bizzarria provoca nell’uomo, ormai professionista affermato, un brusco salto nel passato e nella vita di suo padre, figura amata e temuta al tempo stesso, ma a un certo punto detestata e rifiutata per le sue stranezze, i suoi scatti d’ira (e uno, solo apparentemente immotivato, rovinò una sua festa di compleanno), le sue frustrazioni. Perché Ernesto Rossetti era convinto di essere un artista, un bravo pittore le cui ali furono tarpate prima da un genitore poco aperto, poi da una vita di provincia soffocante e meschina. Ne sono un esempio clamoroso i due personaggi da lui “ricordati” perfino al momento della morte: un sarcastico avvocato e un perfido critico, che si divertono a demolire i suoi sogni di artista. Con effetti terribili sull’uomo (che non sa apprezzare l'affetto di moglie e figlio, e considera la sua vita un fallimento) e con un pregiudizio, appunto, che si svelerà agli occhi del figlio solo dopo la morte del padre (cui aveva contribuito, con una “marachella”, a rovinare la grande occasione di una mostra personale), che aprirà gli occhi grazie al cognato ignorante e lazzarone ma intelligente (stupenda la battuta «tu puoi portargli la Gioconda di Giovanni Pascoli, ma vogliono solo romperti il c.…»). Ed è positivo che, al contrario di tanti film italiani pur interessanti, L’uomo nero non disperda le sue ambizioni nel finale prima, segnato da un bel colpo di scena (peraltro, non difficile da intuire) e poi da una “chiusa” commovente e riconciliante.,L’uomo nero è tra i migliori film, dopo lo sfortunato e commovente L’amore ritorna e insieme al suo lontano esordio La stazione e a Il viaggio della sposa, nell’ormai nutrita filmografia di Rubini. E come altre volte, ricca di venature autobiografiche (il padre era capostazione e si dilettava di scultura). Sulfureo ritratto di provincia, zeppo di figure vivide e a tratti grottesche, il film mette generosamente tanta carne al fuoco (forse troppa): il tema del pregiudizio che stronca il talento di un uomo, incompreso anche dalle persone amate, il desiderio di espressione artistica, il ruolo della critica (in questo caso prigioniera delle sue fisime e in fondo invidiosa di chi crea qualcosa), il rapporto padre-figlio con i sensi di colpa conditi dal rancore per una paternità sentita come insufficiente, il ruolo della donna accanto a un uomo roso dalla frustrazione, la venatura naturalistica ma anche magica del rapporto con i propri morti e altro ancora. Peccato solo aver reso poco meno il legame – rafforzato dal titolo – tra l’uomo nero di un suo incubo (che si rivelerà invece tutt’altro che un uomo cattivo) e la figura paterna rifiutata dal piccolo.,A rendere vero l’affresco sono tanti attori intonatissimi e al loro meglio: da Rubini stesso, a suo agio quando gioca “in casa” ovvero nella sua Puglia (era da dimenticare, invece, la sua prova – come regista e come attore – in Colpo d’occhio, troppo pretenzioso pur parlando sempre di rapporto tra artista e critico), a una bravissima Valeria Golino, umana e dolce nel ruolo della moglie che scatta sovente davanti alle sue intemperanze ma in fondo lo sopporta e lo ama davvero; dal piccolo Guido Giaquinto, un bambino quanto mai espressivo, a Riccardo Scamarcio gustosissimo nel ruolo dello zio scapolone e viveur, che dimostra di migliorare film dopo film e di ampliare la gamma delle sue possibilità di interprete; fino ai tanti caratteristi eccellenti, come il direttore del museo Mario Maranzana (l’unico che riconosce la sua bravura) e la coppia formata da Maurizio Micheli e Vito Signorile, perfetti nel rendere indimenticabili l’avvocato e il critico insultati in punto di morte da Ernesto/Rubini.,Antonio Autieri,

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