L’uomo di neve

L’uomo di neve

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Harry Hole, poliziotto di Oslo ubriacone e problematico, viene sfidato da un feroce serial killer che ha come segno distintivo un macabro pupazzo di neve…

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Tomas Alfredson, che altrove ha dimostrato di essere un regista solido e a suo agio con i meccanismi della suspense e con cast di livello, qui invece si lascia scappare dalle mani quello che poteva essere un affascinante adattamento di uno dei romanzi più noti del romanziere norvegese Jo Nesbø, L’uomo di neve.
Il problema, però, inizia già dalla sceneggiatura, che pura porta le firme prestigiose di Hossein Amini (Drive, e un paio di serie televisive molto attese) e Peter Straughan (La talpa, altra collaborazione con Alfredson, e la prestigiosa serie tv Wolf Hall) e che preferisce puntare sull’effetto granguignolesco dei terribili omicidi (teste, dita e membra mozzate in gran numero) e su una caratterizzazione un po’ schematica dei personaggi, perdendo per strada molte delle suggestioni del romanzo, un solido bestseller di intrattenimento non privo di riflessioni esistenziali e metafisiche non banali.
Forse fidando troppo nel suo super cast anglosassone di star (Fassbender e la Ferguson) e solidi professionisti (il solito ottimo J.K. Simmons, il dolente James D’Arcy), Alfredson non si prende il tempo di approfondire i caratteri dei personaggi, le loro piccole manie e il mondo un po’ claustrofobico della polizia norvegese, così ben tratteggiati da Nesbø nella serie dedicata a Herry Hole.

L’approccio all’ambiente norvegese, sia la capitale Oslo che la nebbiosa Bergen o il remoto Telemark, appare invece sempre un po’ vagamente turistico e l’apparizione di volti noti (Chloe Sevigny) per parti piccolissime ha talvolta un effetto un po’ straniante quando non grottesco (Val Kilmer).
Sarebbe sempre consigliabile cercare di mettere da parte il materiale originale quando si affronta un adattamento e lasciare vivere l’opera cinematografica di vita propria, ma in questo caso convince solo parzialmente la resa di un personaggio iconico come il cacciatore di serial killer alcolizzato e misantropo Herry Hole, affidata alla buona performance di Fassbender (molto lontano per altro fisicamente dal personaggio del libro), ma non aopprofondita a sufficienza nella scrittura (e per il fan del poliziotto aver sbagliato, nella sua prima inquadratura, la scelta dell’alcolico di cui è pericolosamente appassionato equivale a confondere il martini di James Bond).
È evidente, nell’adattamento del giallo in cui un misterioso assassino amante dei pupazzi di neve (questi sì un elemento ingannevolmente infantile e molto inquietante) che uccide donne fedifraghe e dai matrimoni infelici sfida il grande professionista, un tentativo di attualizzazione. La strada prescelta, a dispetto del punto di partenza, è piuttosto quella del melo (il problematico rapporto con la figura paterna è variamente declinato sui veri personaggi), rispetto alla fredda perversione della storia originale. Mentre Hole nel finale assume una statura da eroe quasi superoministica, sullo sfondo di una natura spettacolarmente ostile. Inevitabile, forse, in una pellicola che punta alla risoluzione, ma un po’ in contraddizione con un personaggio che di suo è orgogliosamente tragico e perdente.
Il risultato finale è un prodotto di intrattenimento che soddisfa solo parzialmente i fan del genere (aveva fatto decisamente meglio David Fincher con il suo adattamento americano di Millenium – Uomini che odiano le donne) e che si lascia aperta la strada di un sequel. Nesbø è uno scrittore prolifico, i romanzi a cui guardare non mancano.

Laura cotta Ramosino

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