L’uomo che vide l’infinito

L’uomo che vide l’infinito

- in AL CINEMA, INTERESSANTE
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Durante la I guerra mondiale, la collaborazione tra due matematici, l’indiano S. Ramanujan e il britannico G.H. Hardy.

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Bella storia, sconosciuta a chi non mastica di matematica, almeno a certi livelli. È raccontata con un tono didascalico che aiuta in alcuni casi, come nella sequenza in cui il cattedratico interpretato da Jeremy Irons spiega al suo maggiordomo alcune delle intuizioni del collega indiano. In altri momenti, però, il tono verboso appesantisce la narrazione, come in tutta la parte finale e in generale nella trattazione della vicenda sentimentale in India, abbastanza stucchevole. Il resto merita: innanzitutto per i tanti aspetti incredibili della vicenda: un ragazzo indiano nasce con un dono, quello di “vedere” i numeri, riuscendo a realizzare operazioni e a risolvere teoremi in modo inspiegabile. Parte allora per Londra, dove un professore universitario lo aspetta per venire a capo di un così misterioso talento.

Vicenda affascinante su un tema ostico: numeri, teoremi, dimostrazioni. Il rischio era quello di far diventare un film a uso e consumo di addetti ai lavori: Matt Brown, anche sceneggiatore, pur non brillando per grandi capacità di regia o di affabulazione, azzecca i tre interpreti (oltre alla coppia molto efficace formata da Irons-Patel, anche Toby Jones si ritaglia un bel personaggio, carico di umanità) e il tono dell’opera. Brown cioè porta il discorso dalla tecnica alla passione: o meglio, sposta giustamente il baricentro della narrazione sul rapporto dapprima lavorativo e poi di amicizia tra i due studiosi, ognuno dei quali incarna un differente approccio alla Scienza. C’è chi come Ramanujan vive il suo talento come un dono ispirato dalla divinità, che in qualche modo fa fruttare per il bene comune e non tanto per il proprio successo: da questo punto di vista, il riconoscimento del lavoro di Ramanujan dagli altri cattedratici è fondamentale perché c’è in ballo un’eredità, un sapere grande da affidare ai posteri. Dall’altro il personaggio di Hardy: scettico, agnostico, ha sacrificato tutta la propria vita per il lavoro e non sa che fare con questo strano personaggio che dapprima tratta come fosse un oggetto da analizzare, rimanendo distaccato e sacrificando al rigore scientifico qualsiasi tipo di rapporto umano con il giovane indiano. Poi, anche grazie all’aiuto dell’amico Littlewood che scettico non è ma cristiano e si prende cura – l’unico all’interno dell’università – di Ramanujan, capirà seppur con fatica che il rapporto con la Scienza non può mai vivere a prescindere dall’incontro con l’Altro.

Bel film, ricco di spunti, al di là della questione meramente matematica che rimane comunque incredibile. Pur infatti tra tanti difetti di tenuta narrativa, il film tra le altre cose centra due aspetti, almeno per chi scrive, fondamentali nel rapporto con la conoscenza: in primis il rapporto con l’Altro, con lo studente, con un collega. Un rapporto che  deve nutrirsi della comune passione e attitudine per la disciplina ma deve essere aperto appunto all’altro, alla possibilità di quello che a un certo punto del film viene inteso come miracolo, qualcosa di inspiegabile dal punto di vista scientifico ma evidente e non censurabile dalla ragione. L’altro aspetto, ancora più sottile e significativo è tutto il tema dell’eredità, ovvero affidare il nostro sapere, il nostro lavoro, il nostro metodo alle generazioni successive. Un tema affascinante e ampio, che di solito è assente o relegato ai margini in film di questo tipo, dove si sottolinea più che altro il genio, magari sregolato, ma indiscusso. Qui invece si presenta un genio dalla vita “normale”:  con una moglie e una mamma in India che lo aspettano e un desiderio bello e buono di avere amicizie e affetti in Inghilterra, al di là della pura e semplice collaborazione di lavoro. E a differenza proprio di Hardy, che ha sacrificato tutto alla Scienza per vedere impantanato il suo desiderio di vita, è l’arma in più per il giovanotto. Soprattutto Ramanujan ha in mente che il suo lavoro, le sue intuizioni, il suo sapere è un dono: e come tale va trasmesso alle generazioni, serbato come un tesoro e fatto fruttare perché tutti possano usufruirne e avere, forse, una vita migliore. Una bella prospettiva di senso e che toglie qualsiasi dubbio di astrattezza alla Scienza: anche la Matematica concorre alla Bellezza del mondo.

Simone Fortunato

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