Loving Vincent

Loving Vincent

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Un uomo, che deve consegnare una lettera al fratello Theo, indaga sulla morte di Vincent Van Gogh. Uno sperimentale film d’animazione interamente “dipinto” nello stile dell’artista olandese.

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Francia, estate 1891. Armand Roulin riceve una lettera da suo padre, Joseph Roulin a capo del servizio postale del suo paese, da portare a mano a Parigi. Deve consegnarla a Théo Van Gogh, fratello del pittore Vincent che si è da poco suicidato. La ricerca continua e conduce Armand da Père Tanguy, commerciante di colori, che gli spiega che Théo è morto poco dopo Vincent, devastato dalla morte del fratello maggiore. Tanguy racconta del legame tra i due e di come Théo aiutò Vincent a trasformare la sua vita. Armand si mette in viaggio verso il tranquillo villaggio di Auverse-sur-Oise, per incontrare il dottor Paul Gachet, medico di Vincent nelle ultime settimane di vita. Il dottore è via per un paio di giorni e Armand decide di aspettare il suo ritorno facendo la conoscenza degli abitanti del villaggio, ognuno con teorie diverse sul perché Vincent si sia tolto la vita e su chi sia da incolpare. Armand ha limpressione che la verità sia stata occultata e si sente come una pedina nelle molteplici faide del villaggio, ma è determinato a scoprire come siano andate le cose…

Loving Vincent – l’espressione con cui Van Gogh terminava le numerose lettere all’amato Fratello Theo – è stato girato con attori veri, quindi recitato, poi il montato delle riprese è stato dato ad una troupe di 125 artisti che ha dipinto a olio ognuna delle 65.000 inquadrature nello stile del pittore Vincent Van Gogh. Un progetto particolare quindi, molto sperimentale, che un po’ preoccupava: una tecnica così estrema avrebbe potuto stancare lo spettatore, e invece non stanca, anzi sotto l’aspetto dell’animazione il film funziona molto. Loving Vincent ha vinto il premio del pubblico al Festival dAnnecy per l’animazione inserendosi in un contesto di animazione “adulta” europea (di cui abbiamo tracce in Italia con Gatta Cenerentola e il precedente L’arte della felicità).

Il primo vero limite di quest’opera è innanzitutto la trama: della vita affascinante e misteriosa e della personalità di Vincent Van Gogh i due registi decidono di guardare la morte, probabilmente l’aspetto meno interessante in un pittore sempre volto alla ricerca della vita. La storia segue un narrazione da Quarto potere (di Orson Welles), con un personaggio esterno che indaga sulla morte/vita di un uomo cercando di coglierne il mistero. Ma dove nel capolavoro di Welles alla fine chi indaga non arriva a niente perché è impossibile cogliere il mistero di una persona, Loving Vincent ha il problema di svelare un po’ troppo, alla fine il mistero di Vincent Van Gogh sembra dissolversi. L’animazione rimane emozionante, perché emoziona vedere il movimento nei quadri di Vincent Van Gogh. Ma c’era veramente bisogno che i quadri si muovessero?

Van Gogh ha ispirato molto cinema, forse per l’incredibile vitalità delle sue opere, forse per la sua vita da  “genio incompreso”: questo pittore è stato raccontato con ben altri risultati da Akira Kurosawa e Martin Scorsese in un episodio di Sogni, da Robert Altman in Vincent e Théo e sopratutto da Vincent Minnelli nel capolavoro Brama di vivere. Nell’opera di Kurosawa e in quella di Minnelli il tentativo di ricreare con scenografie, luci, attori e paesaggi reali i dipinti del pittore olandese diventa il titanico tentativo di provare a guardare la realtà con gli occhi di quell’artista, cercare di vedere quello che lui ha visto in quella realtà. In questo Loving Vincent invece sorge il dubbio che il “ridipingere la realtà” sia solo un futile tentativo estetico e saggio della potenza tecnica dell’animazione, che non propone uno sguardo realmente convincente né sulla realtà, né sulle opere di Van Gogh. Alla fine, più che un’opera cinematografica, sembra piuttosto un catalogo “animato” per una mostra.

Riccardo Copreni

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