Louise-Michel

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Un’operaia brutta e mascolina assolda un goffo killer per uccidere il padrone della multinazionale che l’ha lasciata a casa dalla sera alla mattina.,

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Favola nera e nelle intenzioni politicamente scorrettissima. Una fabbrica squallida, un gretto personaggio aziendale che dona alle operaie un grembiule da lavoro nuovo, per poi chiudere baracca e burattini senza comunicare loro nulla. Le operaie si mettono d’accordo: con l’ammontare delle loro indennità decidono di assoldare un killer per vendicarsi del padrone. Ma le cose andranno in maniera imprevedibile. ,Una favola sociale dai risvolti grotteschi: i registi giocano col fuoco. I loro personaggi sono squallidi, caricaturali, senz’anima e certe sequenze vanno oltre il cattivo gusto. Che dire ad esempio della giovane malata terminale che non si regge neppure in piedi e che viene assoldata per “uscire di scena con dignità” uccidendo l’origine e la causa di tutti i mali, il padrone ? Nani, malati, poveri e brutti: Louise-Michel vorrebbe fare propria la stralunata comicità dei derelitti di Kaurismaki, ma lo sguardo dei registi non solo non è minimamente positivo ma addirittura è cupo, disperato, pieno di livore assimilabile ai film targati Ciprì & Maresco. La critica sociale, l’attacco al capitalismo sfrenato che affama i più deboli risulta paradossalmente proprio indebolita non solo da vizi formali e da una certa sciattezza a livello narrativo, ma soprattutto da un registro sin troppo caricato e che rischia di far perdere di vista la tematica sociale e forse anche un po’ il gusto della vita. Che differenza di sguardo e di stile tra il Kaurismaki de L’uomo senza passato e Louise-Michel. Là l’attacco al potere e il riscatto dei più deboli passava attraverso l’immagine di un uomo che rendeva decente se non bello il container squallido in cui viveva; qui i due protagonisti, da una vita squallida precipitano in un vuoto senza senso e senza identità, con buona pace del finale tristemente happy che si fa beffe dell’identità di genere, della Chiesa e del pubblico tutto. Che sguardo cattivo e che vita triste. ,Simone Fortunato,

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