Lost in Translation – L’amore tradotto

Lost in Translation – L’amore tradotto

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In un albergo di Tokyo, un attore di Hollywood e una ragazza abbandonata per alcuni giorni dal marito fotografo fanno amicizia, passano del tempo insieme, condividono la solitudine.

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Parte come una commedia folgorante su un divo hollywoodiano in trasferta per spot (deve pubblicizzare un whisky giapponese), prosegue come una divertente ma acuta riflessione sull’alienazione che coglie due persone in un paese estraneo (con quella gentilezza dei giapponesi che diventa soffocante, finisce in un “breve incontro” permeato di malinconia, tra due esseri troppo diversi per avere un futuro. ,Dopo il toccante debutto con “Il giardino delle vergini suicide”, con “Lost in Translation” Sofia Coppola si conferma un talento capace di mettere d’accordo tutta la critica (e la fila di chi era pronto a fulminarla come raccomandata figlia di papà Francis Ford era alquanto lunga…). La sua dote principale sembra già la sensibilità: il sentimento impossibile quanto platonico della strana coppia formata dal divo disilluso (un grande Bill Murray), alle prese con la crisi di mezza età, e dalla ragazza triste ma dal sorriso dolcissimo (segnarsi il nome di Scarlett Johansson (già sicura promessa segnalatasi in “L’uomo che non c’era”) è di quelli che entrano nel cuore. ,Come si diceva l’inizio è folgorante e sfrutta le eccezionali doti comiche di Bill Murray, attore troppo sottovalutato nonostante le sue performance in “Ghostbusters”, “Ricomincio da capo” e tanti altri film. In fuga – consapevole o meno – dal rapporto con la moglie, la star in trasferta Bob Harris si barcamena tra un fanatico regista pubblicitario, un fotografo ignorante, un terrificante presentatore televisivo e la gentilezza soffocante dei giapponesi che lo ospitano (e anche di una goffa entreineuse…). Senza contare l’insonnia da jet lag, che lo costringe – nell’albergo in cui si sente prigioniero – a interminabili zapping a spasso tra gli incredibili canali tv giapponesi e continui “fuori orario” al bar, per annegare nell’alcool le notti in bianco. In una di queste occasioni conosce Charlotte, la giovane moglie di un fotografo di star, che ciondola anche lei per l’hotel, immalinconita dalle assenze del marito e con il precoce sospetto (dopo due anni di matrimonio) di aver sbagliato tutto, senza certezze sul proprio futuro. Tra loro scatta qualcosa: non è amore (non può esserlo), e Sofia Coppola non è così banale da travisare quel tenero sentimento che si instaura tra le reciproche angosce e incertezze. Sa rendere invece con maestria quel forzato clima di familiarità che si instaura fra due persone che cercano di piacersi, circondate da compagnie casuali (le feste organizzate dagli amici giapponesi di lei: è il momento più debole del film, ma Bill Murray che canta e stona al karaoke è notevole). Il feeling che ne consegue tra il cinquantenne e la giovane è fragile e precario, ma basta a svelare la tristezza e il disagio per le rispettive condizioni di infelicità. ,Film tra i migliori degli ultimi mesi, “Lost in Translation” mette di fronte due solitudini che si incontrano e si sfiorano, ma i cui destini portano lontano. Con un Bill Murray bravo anche in una parte che pian piano diventa drammatica (anche se il doppiaggio “da commedia” tradisce le sfumature di ironia triste di cui è venata la voce dell’attore nell’originale) e una Scarlett Johannsson commovente nella sua fragilità, la giovane autrice delinea una storia di ordinaria contemporaneità ma con una finezza non consueta. E se il pessimismo sulla vita e sulle unioni (ma con leggerezza sofferta) può disturbare – “Più ti conosci e sai ciò che vuoi, meno ti lasci turbare dagli eventi” dice Bob a Charlotte – il finale regala un tocco di altissima classe: quando, nel salutarla, Bob sussurra all’orecchio della ragazza qualcosa che lo spettatore non può sentire. È un segreto che rimane tra loro due.,Antonio Autieri

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