Loro 1

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Le vicende di Silvio Berlusconi, dopo aver perso il governo nel 2006, e del variegato mondo attorno a lui: la moglie tradita, le amanti, i politici servili e infedeli, chi vuole fare affari o ottenere qualcosa da lui

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Atteso, ma forse meno che altri film di Paolo Sorrentino, l’opera “extralarge” su Silvio Berlusconi e il mondo attorno a lui si svela nella sua prima parte, Loro 1 (in uscita il 24 aprile), cui seguirà il 10 maggio Loro 2. Un’operazione strana, come è strano dividere un film in due con le rispettive parti a breve distanza: vedremo se il pubblico le seguirà entrambe, e quanto i precedenti film di successo di Sorrentino. E se anche il titolo è respingente (c’era di meglio di Loro, che allude alla compagnia di giro attorno a Berlusconi), lo è forse anche il soggetto: chi ama il Cavaliere, difficilmente vedrà un film che fin dal trailer si propone come un evidente dileggio (pur senza demonizzarlo anzi rendendolo abbastanza simpatico, come ama fare con i suoi “mostri” il regista premio Oscar per La grande bellezza); ma anche chi non lo ama, se non addirittura lo odia, forse si è stancato di un uomo su cui è stato detto di tutto e di più. Vero che è ancora sulla scena della politica ed è detestato e combattuto da avversari e pure presunti alleati. Ma sembrano lontani i tempi del Caimano di Moretti, uscito (nel 2006) proprio poco prima dei fatti da cui prende le mosse Loro 1, che mobilitava gli antiberlusconiani viscerali.

Ma com’è il film? Si può giudicare in sé o bisogna aspettare la seconda parte del dittico? L’impostazione del film fa pensare che potrebbero essere due film distinti e abbastanza diversi (in fondo lo speriamo, vista la modestia del primo…), se Loro 1 si interrompe bruscamente come davanti a un normale intervallo. Ma distribuirli separatamente consegna le singole opere al giudizio, degli addetti ai lavori e del pubblico. Inutile negarlo o lamentarsene.

Fra l’altro, già Loro 1 è un po’ spezzato in due: la prima parte, che dura circa un’ora, è quel che ci si aspettava fosse, e anzi si temeva; ovvero un campionario di nefandezze di ogni tipo (il sesso come mezzo per fare affari, arricchirsi  o ingraziarsi qualcuno; la coca a fiumi; feste e perversità varie; ricatti). Tutto quello che si poteva immaginare, ma in modalità quantità tali da rendere il tutto fastidioso, e da disperdere anche il buono che c’è: a partire dalla qualità tecnica del regista o della produzione: dalla fotografia agli attori. In un film simile, passa tutto decisamente in secondo piano. Vediamo comunque in scena – prima in Puglia, poi a Roma e infine in Sardegna – un Riccardo Scamarcio (efficace) nei panni di Sergio Morra, intrallazzatore di Taranto (evidente il riferimento al barese Giampa­olo Tarantini) che in coppia con la moglie Tamara ne fa di tutti i colori, in particolare usa giovani escort e la stessa compagna per ottenere quel che vuole da vari pezzi grossi. Ma sempre con l’obiettivo di arrivare a Lui, ovvero a Silvio B. (evocato ma assente dalla scena), magari con l’aiuto di un’alleata imprevista, l’affascinante Kira (e qui si pensa a Sabina Began). Altri personaggi sono di più difficile identificazione, come l’ex ministro interpretato da Fabrizio Bentivoglio (un attore che dà il meglio con personaggi ben più sfumati), che veste male, ha un debole per le donne e vorrebbe far “le scarpe” al suo leader (un personaggio che sembra un mix di Sandro Bondi per il vezzo di scrivere poesie e di Claudio Scajola per le ambizioni di leadership – ma su questo si potrebbe anche pensare a Giulio Tremonti – e per certi scandali). E tanti altri, meno riconoscibili. Ma è una prima parte di eccessi continui e fastidiosi, cui si aggiungono le ormai stucchevoli, ricercate “stranezze” che sembrano una delle tante parodie sul cinema di Sorrentino (la pecora che nei primi minuti del film si muore di freddo entrando nella villa in Sardegna perché il condizionatore è su temperature polari è parecchio ridicola; ma poi ci sono rinoceronti in giro per la città, cammelli, topi che fanno deragliare furgoni dell’immondizia nella scena peggiore del film). E c’è spazio per un misterioso e squallido personaggio che tutti chiamano Dio e che riceve, a volto coperto e con distorsore della voce, giovanissime ragazze selezionate e verificate per “servizi” ignobili. Fatti osceni e vizi privati (con allusioni alle conseguenze nella sfera pubblica), rappresentati sullo schermo in modo fiacco e scontato, solo in parte riscattato dalla prova di Scamarcio – che nella prima parte sembra il protagonista – e da altri attori nel cast come Kasia Smutniak, Euridice Axen, ma anche Ricky Memphis nei panni di un simil Ricucci e Michela Cescon in quelli della segretaria di ferro Marinella. Piuttosto ci si chiede chi sia l’enigmatico Paolo Spagnolo (il morettiano Dario Cantarelli), «l’uomo che salva le cose» sempre vestito di bianco, che lo segue ovunque: tra il consulente di immagine e un mister Wolf mellifluo e insinuante. E tra tanti nomi finti ci si chiede perché la povera Noemi Letizia (la ragazza che fece scoppiare la crisi matrimoniale, quando Berlusconi partecipò alla festa per i suoi 18 anni) è stata gratificata di essere raffigurata con il suo vero nome.

Chiariamo bene: non è di per sé volgare rappresentare lo squallore (reso arte in altri suoi film, pensiamo a L’amico di famiglia, a Il divo e a La grande bellezza, ma anche al gigantesco Scorsese di Wolf of Wall Street che in certe scene sembra un modello tanto preciso quanto inavvicinabile) ma come viene reso cinematograficamente, in modo ripetitivo, noioso, insensato, e quindi gratuito e volgare. Con poca di quella sulfurea ironia presente in altre opere.

Poi arriva lui, Silvio Berlusconi, e il film cambia decisamente anche se per soli 40 minuti; quasi fossimo davanti a due puntate differenti di una serie (il lavoro per The Young Pope deve aver condizionato parecchio Sorrentino, anche se qui siamo dalle parti di 1992 e 1993, serie peraltro decisamente più interessanti). Siamo di nuovo nella villa in Sardegna e l’ex premier, annoiato e deluso per la sconfitta alle elezioni del 2006, cerca di riacquistare la moglie Veronica Lario sempre più distante (per i tradimenti del marito) con trovate e attenzioni. Ma poi lo vediamo dar lezioni di vita a un nipote, cercare di convincere un campione straniero a firmare per il Milan, lasciarsi andare a manie e vezzi (le canzoni con il melodico Mariano, ovvero il noto Apicella, interpretato da Giovanni Esposito). Qui Berlusconi, come noto, è “incarnato” da un Toni Servillo bravo come sempre ma poco credibile nel ruolo; e non solo per una cadenza milanese parecchio forzata. Nei suoi panni erano ben più convincenti Elio De Capitan ne Il Caimano e, di recente, Paolo Pierobon nella già citata fiction 1993. Anche se qui il tono grottesco è completamente diverso, più assimilabile all’operazione-Andreotti: ma ne Il divo a Servillo (e a Sorrentino), al contrario che qui, era riuscita bene la reinvenzione grottesca di un personaggio di cui non si sentiva negativamente la mancata somiglianza. Al contrario, più apprezzabile Elena Sofia Ricci che è una Veronica Lario stereotipata ma dolente, che forse essendo un personaggio rimasto più in disparte nelle cronache sembra meno “visto” e che incuriosisce di più. Se la seconda parte migliora, in realtà anche qui l’interesse ci pare minimo: i due coniugi battibeccano e si guardano di traverso, ma c’è spazio anche per la tenerezza di un finale tanto romantico quanto kitsch anche grazie a un’apparizione a sorpresa (certi cameo di personaggi nei panni di se stessi, come già il Venditti de La grande bellezza, sono davvero a rischio del ridicolo).

Scritto con l’abituale sceneggiatore Umberto Contarello, Loro 1 ha come obiettivo mostrare non il politico Berlusconi ma l’uomo, in un momento di crisi per l’assenza di potere e di ruoli («io che sono l’uomo del fare») eppure ancora omaggiato come l’uomo più ricco e potente d’Italia, che non si rassegna a fare il pensionato e di finire in disparte. Ma è una rappresentazione poco incisiva, giusto con qualche discreta battuta e una sola scena davvero azzeccata (quando umilia il politico traditore con parole sferzanti e lo lascia inginocchiato sul prato). Alla fine, questo è a nostro avviso il più debole film di Sorrentino. Il regista napoletano ha già da tempo imboccato un pericoloso percorso di maniera, controbilanciato però (almeno in La grande bellezza e, a tratti, in Youth e nella serie The Young Pope) da intuizioni visive e “sentimentali” grandiose. Vedremo se la seconda “puntata” contribuirà a riequilibrare il giudizio. Certo è che da uno dei nostri registi migliori ci aspettiamo decisamente molto di più.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...