Lontano da qui

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Una maestra d’asilo appassionata di poesia scopre il talento di un suo piccolo alunno.

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Lisa Spinelli è una maestra d’asilo dallo sconfinato amore per la poesia. Coltiva la sua passione frequentando con scarso successo un corso serale, mentre intorno a lei un marito e dei figli presi nel vortice della vita moderna non sembrano più in grado di comprendere l’importanza e la rarità della vera arte. La scoperta delle impressionanti doti poetiche di Jimmy, uno dei suoi piccoli alunni, la porterà ad intraprendere una crociata in difesa di una sensibilità e di un talento tanto folgoranti quanto fragili; quando i comportamenti di Lisa si spingeranno ben oltre i limiti della sua professione, il suo entusiasmo si trasformerà in ossessione, assumendo presto i tratti di una disperazione maniacale senza via d’uscita…

Lontano da qui è il remake di un film israeliano del 2014 diretto da Nadav Lapid, ripreso e sviluppato dall’italianissima regista Sara Colangelo, qui alla sua seconda prova dopo Little Accidents (2014), suo film d’esordio purtroppo inedito in Italia.
Premiato per la Miglior regia al Sundance Film Festival 2018, il film della Colangelo è, diciamolo subito, opera rarissima e preziosa per svariate e singolari ragioni. Le premesse semplici ma dense di contenuto della trama permettono innanzitutto di trattare il tema della poesia senza pedanterie e intellettualismi: una messinscena elementare cattura non soltanto l’essenziale semplicità del comporre poetico, ma anche quel trascinamento che affascina un qualsiasi amante d’arte di fronte a un talento folgorante e inspiegabile come quello del piccolo protagonista; la poesia di Jimmy non ha infatti bisogno di presentazioni o complesse dietrologie, sembra sbucare direttamente da una sorta di trance onirica dall’origine imperscrutabile, nella quale il bimbo cade nel sussurrare i suoi componimenti a se stesso. È un’arte che si nutre della quotidianità più minuta, quella stessa realtà che Lisa, nel suo tran tran da quarantenne sull’orlo di una crisi di nervi cerca di interrogare alla ricerca di un senso per la propria vita, frequentando il corso di poesia o trascrivendo i componimenti di Jimmy per dargli un futuro migliore.

Il cliché dell’idealista bohémien che si scontra contro la dura realtà materiale sarebbe dietro l’angolo, se non fosse che la crociata personale intrapresa dalla protagonista assume ben presto toni esasperati e schizofrenici, andando a toccare le corde di una psicologia raffinatamente costruita e mai scontata nei suoi esiti. Ad un tenore disteso, che sembrava introdurci alla vicenda del bambino prodigio sulla strada del successo, si sostituiscono toni da thriller psicologico sempre più cupi, sostenuti da una Maggie Gyllenhaal in una delle interpretazioni più sottili e riuscite della sua carriera. Lavorando per sottrazione di parole e abbondanza di sguardi, le azioni sempre più ambigue della protagonista svelano un mondo svuotato dalla poesia perché privo di quell’affezione alle cose dalla quale essa nasce; tradita dal professore di poesia opportunista e ottuso, da una famiglia distante e persino dallo stesso Jimmy, incapace di riconoscere in lei una guida, la donna trasforma la sua frustrazione in un tunnel di ossessione senza via di uscita. Questi tormenti trovano poi una commovente controparte nella pacatezza del piccolo protagonista (il già bravissimo Parker Sevak): con sguardi intensi e poche parole è l’unico in grado di darci un punto di vista non deformato sulla vicenda, dicendoci molto su quanto la capacità di osservazione dei bambini sia in grado di penetrare nelle crepe più profonde dell’animo umano.
Su un piano collaterale e non disgiunto da quello più intimo e inquietante, il film sa infine parlarci anche della fragilità del talento, in un mondo capace tanto di valorizzare quanto di annullare le peculiarità di ciascuno: il finale amaro, che tenta forse di redimere le posizioni della protagonista, lascia intravedere la richiesta di aiuto di un bambino non tanto bisognoso di riconoscimento artistico, quanto di un amore e di uno sguardo capaci di salvare tutta la sua (poetica) umanità.

Dopo questa odissea di disillusione, amore e poesia così elegantemente rappresentati, un’unica domanda viene spontaneo porre alla regista: a quando il prossimo film?

Maria Letizia Cilea

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