Logan – The Wolverine

Logan – The Wolverine

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Nel 2024, con la popolazione mutante quasi estinta, un Wolverine ormai vecchio e malato deve farsi carico di una giovane mutante a cui è più legato di quando pensi…

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L’ultimo capitolo della saga autonoma dedicata a uno degli X-Men più amati, Wolverine, è un western postmoderno violentissimo e teso, che però, come nella migliore tradizione dei cinecomic dedicati ai mutanti, non si risolve in spettacolari scene di azione (che pure non mancano) ma esplora soprattutto i suoi tormentati personaggi.
Logan, condannato dalla sua mutazione a non invecchiare e ad affrontare mille battaglie grazie alla facoltà di rigenerare i suoi tessuti, non è però più quello che abbiamo visto nei precedenti film della saga. Il suo corpo porta ora i segni della malattia (legata, anche se non viene mai dato per certo, alla presenza dell’indistruttibile adamantio dei suoi artigli), del vizio dell’alcool, ma soprattutto di un lasciarsi andare senza speranza, solo in parte contraddetto dall’impegno che mette nel prendersi cura dell’ormai malconcio dottor Xavier.

I mutanti, dunque, nell’universo di Logan sono una razza in estinzione, ormai forse neppure degna di essere “cacciata” come in alcuni episodi precedenti. Del resto anche il resto del mondo, in fondo non poi molto diverso da oggi, sembra sempre più diviso tra ricchi e poveri, con tanto di muro a separare gli Usa dal Messico (dove Logan torna ogni sera), lo stesso paese dove la “solita” multinazionale con agganci governativi fa esperimenti su giovani donne troppo povere per dire di no e i cui figli hanno tutti i colori delle minoranze. Ma poi qualcosa accade, o piuttosto qualcuno… Una bambina che ha molto in comune con Logan, dagli artigli alla violenza che scatta incontrollabile e distruttiva, ma soprattutto lo sguardo di chi non ha niente e nessuno a cui appartenere. Come ne Il cavaliere della valle solitaria – che nel film di Mangold è ripetutamente citato a livello visivo e non solo – ma forse ancora di più come nei western postmoderni di Clint Eastwood (viene in mente Gli spietati), l’eroe è un antieroe, che prende su di sé la responsabilità della violenza che commette («Una volta che hai ucciso non lo puoi più cancellare») pur se lo fa per difendere qualcuno. E sapendo che per lui non esiste happy ending, e che la morte, quando arriverà, potrà forse dargli la pace. Nel mezzo, però, una missione che Logan accetta mal volentieri (non è e non è mai stato un cavaliere senza macchia), ma in cui lo seguiamo mentre si trova forzatamente a farsi carico di una creatura che a prima vista non ha affatto bisogno di protezione, ma che alla lunga si lega a lui come nessuno prima d’ora.

La durezza del mondo che Logan racconta, in cui le buone azioni spesso e volentieri vengono ricompensate con la violenza, fa da contraltare al legame che si crea tra Logan e la piccola Laura (muta fin oltre a metà del film), una creatura selvatica e volitiva che trascina Wolverine in un viaggio che lo cambierà per sempre. I cattivi sono quelli di sempre, interessati a sfruttare le mutazioni per il potere, decisi a nascondere le tracce dei propri errori con l’omicidio, rispetto ai quali il cinismo di Logan si trasforma in un’ultima battaglia in difesa dei giovani mutanti compagni di Laura.

Non è decisamente un film per tutti l’ultimo capitolo delle avventure di Wolverine, la cui durissima morale tuttavia lascia anche spazio alla scoperta di sentimenti – l’amore e la capacità di legarsi a qualcuno – che riescono finalmente regalare a Logan un lampo di serenità. Regia e interpretazioni rendono giustizia a questa avventura crepuscolare che non lascerà delusi i fan della saga.

Luisa Cotta Ramosino

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