Il Festival di Locarno ha di recente annunciato che la retrospettiva dell’edizione 2018, che si terrà ad inizio agosto, sarà dedicata a Leo McCarey. L’annuncio di questa retrospettiva può essere una buona occasione per andare a riscoprire il cinema di quello che è stato uno dei più dimenticati, controversi e grandi registi del cinema “leggero” della Hollywood classica.

 

Classe 1898, nato a Los Angeles, si laurea in legge ma poi alla fine degli anni 10 entra su invito di un amico (David Butler, futuro regista dei film con Shirley Temple) nel mondo del cinema. Lavora prima come assistente alla regia del grande Tod Browning alla Universal, poi all’inizio degli anni 20 passa alla casa di produzione di Hal Roach, specializzata in commedie slapstick. Da Roach, McCarey contribuisce in maniera significativa all’evoluzione del cinema comico, che proprio in quegli anni passa da essere una farsa puerile ad un divertimento più raffinato. Non a caso infatti McCarey è il creatore della celebre coppia comica Laurel&Hardy (in Italia Stanlio & Ollio), di cui supervisiona interamente tutta la produzione, dalla sceneggiatura al montaggio.

Alla fine degli anni 20 finalmente esordisce alla regia e passa alla Paramount dove battezza numerosi attori comici del muto al passaggio al sonoro. Nel 1933 arriva il suo primo capolavoro, La guerra lampo dei fratelli Marx, unico clamoroso insuccesso all’epoca del celebre gruppo comico, ma poi rivalutato negli anni 70 come migliore film in assoluto del gruppo. Inizia come operetta alla Lubitsch e diventa una spietata farsa antimilitarista che anticipa con una lucidità sconcertante quello che sarebbe avvenuto in Europa da lì a pochi anni.

Negli 1935 firma Il maggiordomo, commedia sulle differenze di classe con il grandissimo Charles Laughton ad una delle sue rarissime incursioni nel comico. Due anni dopo poi arriva un altro capolavoro con cui vince il suo primo Oscar per la miglior regia: L’orribile verità con Cary Grant e Irene Dunne, dove McCarey sposta la sua attenzione dalla società e della politica al matrimonio e ai rapporti di coppia. È una furiosa, acida e spumeggiante commedia sul divorzio, ma dove emerge pienamente la peculiarità dello sguardo del suo regista, sempre molto amaro, ma mai senza tenerezza. Questa peculiarità di sguardo sulla coppia e la società è ancora più evidente nel film successivo, Cupo tramonto (1937), la storia di una coppia di anziani costretta a dividersi perché i figli non vogliono prendersi cura di loro. Un film autunnale particolarmente amaro, ma ancora incredibilmente dolce, commosso e affezionato, come si vede nel meraviglioso finale dove i due anziani si dicono addio nel luogo dove si erano incontrati la prima volta.

L’anno successivo poi il regista, tornando da un viaggio in Europa con la moglie, dal piroscafo vede l’Empire State Building che svetta sullo skyline della Città di New York e ha l’idea di due innamorati che si danno appuntamento dopo mesi in cima al palazzo. Nasce così una delle più grandi storie d’amore di sempre, quella di Un grande amore (1939), scritta poi assieme ad un altro mito della Hollywood classica, Delmer Daves. Un grande amor” parte come una commedia spumeggiante, per poi divenire un dramma e infine un film strappalacrime, dove oltre alla scena dell’Empire State Building è passato alla storia anche il gran finale natalizio. Un altro capolavoro e un altro grande successo per McCarey, che segna una definitiva svolta della sua carriera verso il dramma.

Gli anni 40 si aprono con un film non perfettamente riuscito, Fuggiamo insieme (1942), ibrido tra film romantico, dramma e farsa sulla guerra in Europa, curioso perché per la prima volta in un film americano si vedono i campi di concentramento. In questi anni poi continua l’attività di sceneggiatore, venendo più volte nominato all’Oscar per la miglior sceneggiatura.

Se con Cupo tramonto il regista era riuscito a raccontare un tema come la vecchiaia, con La mia via (1945) racconta un altro tema considerato “veleno per il botteghino”: il sacerdozio e la religione. Bing Crosby, al primo ruolo non esclusivamente canoro, interpreta un giovane prete dal rapporto conflittuale con il suo superiore; il risultato è un grande classico, toccante, edificante, perfetto per Natale, dove ancora una volta emerge la sensibilità di McCarey nel raccontare il cuore dell’uomo. Proprio dopo aver visto La mia via il maestro francese Jean Renoir, esule in America disse: «Nessuno a Hollywood capisce la gente meglio di McCarey». Quell’anno il film conquista 7 Oscar tra cui quello per il miglior attore a Crosby e due a McCarey (regia, sceneggiatura).

Negli anni successivi il talento del regista inizia a tramontare, come lui stesso dice, preoccupato dal dover essere all’altezza dei suoi precedenti successi. A cavallo tra gli anni 40 e gli anni 50 dirige: Le campane di Santa Maria (1945), seguito di La mia via, meno riuscito dell’originale; Il buon samaritano (1948) e L’amore più grande (1952) mediocri film di propaganda anticomunista, che risentono negativamente delle paranoie che attraversavano l’America in quegli anni, e dove la mano del regista sembra solo un lontano miraggio.

Nel 1957 dirige Un amore splendido, remake del suo stesso film Un grande amore di diciotto anni prima. Charles Boyer e Irene Dunne vengono sostituiti con Cary Grant e Deborah Kerr, il bianco e nero diventa technicolor (il primo a colori per il regista) e lo schermo panoramico. Aumenta lo sfarzo della cornice, la descrizione d’ambiente e dei paesaggi, la sceneggiatura è pressoché identica, e Leo McCarey sembra essere tornato, è tutto suo la leggerezza nel tocco, la finezza della commistione di generi, la tenerezza e la lucidità di sguardo. È un remake migliore dell’originale, dove molte scene sono simili e migliorate, come il finale. Un amore splendido è lo strappalacrime per eccellenza che ha segnato gli spettatori (e gli autori) del cinema sentimentale ed è diventato un punto di riferimento e un modello con cui confrontarsi, basti vedere l’influenza che ha avuto su un cult come Insonnia d’amore (1993, di Nora Ephorn).

Nel 1958 gira Missili in giardino, intelligente farsa antimilitarista con Paul Newmam e Joan Woodward, che sembra tornare alla tematiche politiche dei primi film, senza però averne completamente l’energia. Nel 1962 firma l’ultimo film, Storia cinese, dramma storico/esotico di propaganda anticomunista, stanco e ripetitivo.

Dopo quest’ultima delusione Leo McCarey si ritira a vita privata a Santa Monica dove muore nel 1969, lasciando dietro di sé una grande eredità e un grande modello: uno sguardo affettuoso, ma non senza durezze, sulla realtà quotidiana, sugli affetti e sul cuore dell’uomo.

Riccardo Copreni