Lo spietato

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La carriera criminale di Santo Russo, calabrese cresciuto al Nord, sullo sfondo della Milano da bere dove la fortuna si fa con rapine, sequestri e commercio di droga.

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Dichiarato omaggio al poliziottesco anni 70, il film realizzato da Renato De Maria direttamente per la piattaforma Netflix, con un discreto impiego di mezzi in termini di scenografia e scelte musicali (anche se poi molte situazioni vanno a chiudersi in spazi angusti che fanno tanto tv…), è una parabola umana e criminale con grandi ambizioni, tradita da un andamento faticoso e da una scarsa definizione dei personaggi.

Appesantito da un eccesso di voice over (la cui giustificazione narrativa non toglie l’effetto accumulo), il racconto procede a scatti, moltiplicando i personaggi senza mai raccontarli davvero. Questo non vale solo per il protagonista (il cui desiderio di borghese normalità viene dichiarato, ma mai mostrato all’inizio della storia quando il nostro prende la strada sbagliata), ma anche per esempio per il personaggio della moglie Mariangela (Sara Serraiocco), che a un certo punto attraversa una crisi religiosa della durata di 5 minuti…

Il tentativo di costruire un affresco della Milano da bere dove criminali di varia provenienza si spartiscono i guadagni delle più varie attività criminali, manca il bersaglio nel momento in cui di fatto Russo (Riccardo Scamarcio) sembra muoversi in un contesto in cui le controparti appaiono e scompaiono un po’ troppo per volontà d’autore; soprattutto non è facile (nonostante per l’appunto le sottolineature della voice over) capire quale sia il percorso di Santo, che di sicuro non ha problemi di coscienza (fin quando poi li ha non si sa perché…), ma si muove da una situazione all’altra trovando soluzioni più o meno brillanti spinto forse solo dall’istinto di sopravvivenza. Anche il suo vivere diviso tra due donne (una, la moglie, calabrese come lui, che parte ingenua e finisce spietata; l’altra, l’amante francese artistoide, a cui la sorella di Letitia Casta conferisce poco fascino…) è un dato di fatto piuttosto che una condizione, anche se il suo sentirsi in qualche modo “inadeguato” rispetto alle pretese intellettuali della compagna è forse la cosa più interessante del film.

Si arriva alla fine senza riuscire mai davvero ad appassionarsi alla storia di Russo: si fa il tifo per lui solo per mancanza di alternative. E la cura (a dire il vero in certi passaggi un po’ discontinua) per il dettaglio d’epoca fa rimpiangere che la stessa attenzione non sia stata dedicata alle fondamenta di un racconto che aveva tutte le potenzialità per costruire un buon esempio di film di genere, perfetto per gli spettatori della piattaforma.

Luisa Cotta Ramosino