Lo sguardo di Satana – Carrie

Lo sguardo di Satana – Carrie

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Un'adolescente, oppressa dalla madre autoritaria e dalle compagne bulle, avrà la sua vendetta.

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Remake del grande Carrie – Lo sguardo di Satana firmato da Brian De Palma nel 1976, film inquietante e, da un punto di vista registico, vero pezzo di bravura del regista italoamericano. Questo rifacimento, diretto senza troppa personalità dalla Pearce di Boys dont’ cry, è guardabile e in alcuni momenti discreto ma sinceramente non se ne sentiva il bisogno. La trama – eccezion fatta per un finale un po’ splatterone – è aderente, sin troppo, all’originale. Chloe Grace Moretz è Carrie, un’adolescente oppressa da una madre sessuofobica e con la fissa per una religione che interpreta come vuole, vive da reietta anche al liceo dove è vittima di scherzi, anche terribili, da parte delle sue compagne. Dopo aver scoperto, casualmente, di possedere poteri paranormali, la ragazza medita vendetta.

Diviso in due parti piuttosto nette, una preparatoria e più riuscita in cui si racconta, anche psicologicamente, l’universo di solitudine della protagonista, e una seconda, più fracassona e più horror in cui Carrie farà uso dei propri poteri, il film della Pierce ha un punto di forza nell’interpretazione convincente di buona parte del cast. La Moretz, anche se non è paragonabile all’incredibilmente diafana e inquietante Sissy Spacek, ha talento da vendere; è credibile in un ruolo complicato e regge bene il confronto con la terribile Julianne Moore in versione pazza strega. È un’ottima spalla, nei panni della professoressa di educazione fisica, la brava Judy Greer. Un po’ meno efficaci le ragazze: Gabriella Wilde (Sue, la compagna che cercherà di legare con Carrie) è davvero poca cosa ed è il punto debole del film, un po’ meglio la spietata Chris interpretata da Portia Doubleday. Prima parte del film più convincente: non tanto per i virtuosismi della macchina da presa che nel film originale erano disseminati ovunque e che alla Pearce non interessano affatto, ma per una certa propensione della regista nel raccontare il mondo crudele e spietato delle adolescenti, strette tra sogni fiabeschi (l’ossessione per il ballo scolastico, la stessa struttura della vicenda) e una realtà molto più amara. La Pearce aggiorna il grande romanzo di King e il film di De Palma con tanta modernità e tecnologia: l’ossessione per mostrare tutto e subito e senza filtri con le disavventure di Carrie che finiscono praticamente in tempo reale su Youtube fa il paio con un’assoluta indifferenza morale dei tanti ragazzi menefreghisti e superficiali di fronte al dramma della solitudine della ragazza. Meno radicale del film originale che – lo ricordiamo – riusciva ad essere ben più di un horror, raccontando l’orrore di un’età così complicata come l’adolescenza per una ragazza, questo nuovo Carrie vanta un buon cast, una buona confezione, volutamente patinata proprio per mettere in luce quel mondo di vacuità e superficialità che è il contesto in cui si muovono certi giovani, ma si ferma qui. Non ha insomma la forza psicologica del romanzo di partenza, un mix tra melodramma fiabesco e horror truculento, e nemmeno la potenza visiva del grande De Palma, degno successore di Hitchcock. Una scena su tutte vada presa come punto di riferimento: il ben noto e scioccante incipit depalmiano con Carrie nella doccia segnato da un gusto morboso e violento, sintesi perfetta di tante suggestioni (Hitchcock, diventare donna, la solitudine, l’inadeguatezza, la diversità), nelle mani della Pearce diventa una sequenza di media intensità che non veicola null’altro se non l’immagine forte di una ragazza alle prese con il ciclo mestruale.

Simone Fortunato

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