L’isola dei cani

L’isola dei cani

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Nel 2037 tutti i cani del Giappone vengono messi in quarantena su un’isola discarica per evitare una malattia, l’influenza canina. Anni dopo un bambino arriva sull’isola per ritrovare il suo cane

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Nel 2037 il Giappone è sotto la dittatura del sindaco Kobayashi che, in seguito ad una epidemia di influenza canina, decide di isolare tutti i cani del Giappone su un’isola discarica. Anni dopo su quest’isola atterra un biplano a motore su cui si trova un bambino, Atari Kobayashi, il nipote del sindaco, venuto sull’isola per cercare il suo cane Spots. In questa ricerca Atari sarà aiutato da cinque cani dimenticati da tutti.

Il texano Wes Anderson alla fine degli anni 90 si è imposto al mondo con Rushmore come uno degli alfieri del cinema indipendente americano. Poi con il passare degli anni è diventato molto di più di un regista “indie”, è diventato uno dei maggiori registi mondiali, arrivando ad ottenere importanti riconoscimenti e ampi consensi di critica e pubblico. Nel corso degli anni 2000 ha sfornato una serie di gioielli che hanno abituato il pubblico di tutto il mondo a una narrazione di simmetrie, colori pastello, musica vintage, personaggi borderline e grandi sentimenti. Con il suo stile particolare, estremamente riconoscibile, preciso fino ad essere maniacale si dimostra continuamente come uno degli autori contemporanei più coraggiosi e attenti alla forma. L’isola dei cani, film molto atteso che ha vinto l’Orso d’argento per la regia al Festival di Berlino 2018 (di cui era anche film d’apertura), arriva dopo il successo mondiale di critica e pubblico di Grand Budapest Hotel (per chi scrive il vero capolavoro di Anderson, finora) e segna un coraggioso ritorno all’animazione in stop motion dopo Fantastic Mr. Fox.

Coraggioso perché è un film animato non esattamente per bambini, o meglio: molto adatto ai bambini, ma anche adatto agli adulti, perché ha una narrazione parecchio più complessa di quella di un normale film d’animazione. Innanzitutto i personaggi umani parlano in giapponese, ad essere doppiati sono solo i cani (come viene spiegato all’inizio è perché poche persone al mondo parlano la lingua dei cani); inoltre ogni cartello o didascalia (compresi i titoli di testa) è anch’esso in giapponese sottotitolato. Si gioca con la lingua, e si gioca anche con i generi: la storia è un misto tra una fiaba, un racconto d’avventure orientale (alla I sette samurai) e una fantascienza distopica in cui però si inserisce anche il racconto di spionaggio e il thriller giornalistico nella sottotrama della studentessa liceale americana che sta facendo l’anno all’estero in Giappone. Inoltre, nonostante il tono fiabesco è l’unico tra i film di Anderson ad avere un pesante sottotesto politico, un messaggio di ribellione ad ogni dittatura che passa attraverso le caratterizzazioni del dittatore (modellato con le fattezze di Stalin), delle sue azioni (violente), e attraverso la parte di thriller politico.

Tutto questo è raccontato con lo stile inconfondibile del regista, che qua attinge dal cinema orientale, su tutti Ozu (per i punti macchina), Kurosawa (per il tono avventuroso e il tema del potere) e il direttore della fotografia di quei registi, Kazuo Miyagawa: in particolare modo attinge dal lavoro fatto da questi autori per ricercare un’immagine dello spessore figurativo delle illustrazioni giapponesi. In quest’estetica poi sono fondamentali i contributi delle musiche di Alexander Desplat di quasi sole percussioni e della fotografia di Tristan Oliver (esperto dell’illuminazione dei film in stop motion).

La forma c’è, il racconto c’è e ci sono anche tutti i temi cari al regista texano: le difficoltà negli affetti famigliari ma anche la grandezza di questi affetti, l’amicizia come prima risorsa per vivere l’avventura della realtà, la tenerezza dell’amore che rimette sempre tutto in discussione. Una richiesta di amore piena di speranza, nonostante tutte le diversità possibili.

Riccardo Copreni

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