L’intrusa

L’intrusa

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All’interno di un centro che accoglie bambini problematici arriva una presenza in grado di seminare incertezza e scompiglio

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Sembra un’oasi di pace, il centro “La Masseria”, diretto da Giovanna e portato avanti con alcuni collaboratori: una comunità solidale con poche regole chiare e una forte identità di apertura e solidarietà. Alla periferia di Napoli, il centro raccoglie, dopo la scuola, ragazzi in difficoltà con le famiglie e con se stessi, che hanno padri criminali in prigione, o anche malati. A tutti i bambini, le persone del Centro regalano un’accoglienza nuova, che può farli ripartire, al di fuori di un contesto degradato e nefasto. Alle mamme che portano i figli, danno una speranza che le rincuora. Poi un giorno, dopo aver ospitato in una casa disabitata all’interno del centro una donna sola con due bambini, l’irruzione della polizia che cerca un camorrista: il marito della giovanissima donna, che si nascondeva e che viene portato via. Per Giovanna iniziano le pressioni di chi reputa pericolosa la presenza di Maria, la moglie del boss (inizia un via vai di parenti più o meno loschi), e l’ampia ostilità che va dalle mamme infuriate e preoccupate per sé e per i figli alla vedova di un uomo ucciso da quel camorrista, che lei va a trovare; e perfino la forte perplessità di chi lavora con lei. Ma Maria, percepita solo come moglie di un camorrista e non come giovane e fragile donna che, oltre al marito in carcere, si vede portar via ogni certezza, è davvero un pericolo per il Centro? E perché deve pagare sua figlia Rita, che sta affezionandosi a quel luogo e imparando a relazionarsi con gli altri bambini?

Dopo tanti documentari, Leonardo Di Costanzo debuttò nel lungometraggio di finzione nel 2012 con L’intervallo, film inconsueto e bello per la capacità di raccontare due ragazzi – praticamente da soli in scena – con i loro sogni in modo credibile, creando inoltre una tensione crescente. In L’intrusa il focus del racconto è Giovanna, donna energica e pacata, con un forte accento nordico che fa di lei una specie di alieno in quel contesto: lei è da anni una speranza imprevista per chi viene accolto nel Centro, ma all’improvviso diventa un ostacolo da superare dal momento che si ostina a difendere Maria, che tutte le mamme – e non solo – vorrebbero fuori dalla Masseria. Il regista ha il merito di non banalizzare le reazioni: certe paure sono comprensibili; e si intravede controluce il tema di possibili limiti pure all’apertura e all’accoglienza, se queste diventano rischi per altri. È la stessa Giovanna che si pone tali dilemmi, quando sempre più isolata – il titolo si riferisce alla moglie del camorrista, ma un po’ intrusa in quel mondo diventa anche lei – la donna vuole proteggere quella ragazza-mamma ancora giovanissima, «perché non ricada in quell’inferno da cui cerca di fuggire». Inquieta, riflessiva, generosa – anche di fronte all’incomprensibile aggressività di Maria, che non sa interpretare le sue attenzioni gratuite – e al tempo stesso con quell’aria settentrionale e ruvidamente riservata così stridente con il contesto chiassoso, la protagonista del film è affidata a Raffaella Giordano, danzatrice e coreografa, al suo secondo film dopo Il giovane favoloso (era l’arcigna madre di Leopardi): un’attrice-non attrice, con una voce “strana” e quasi sgraziata che la rende però credibilissima e vera.

Non sveliamo ovviamente l’evoluzione dei fatti, né tanto meno il finale che sembra lieto ma è molto amaro, ma sicuramente il film di Di Costanzo – passato a Cannes 2017 nella sezione autonoma Quinzaine Des Réalisateurs – descrive in modo profondo una realtà drammaticamente riconoscibile e verosimile; anche se con uno stile così asciutto e sobrio da richiedere uno spettatore disponibile a un cinema molto diverso da quello cui magari è abituato. In quell’oasi che rischia di trasformarsi in arena per scontri tra grandi, sulla pelle dei bambini, Giovanna lotta per cercare di far passare un punto di vista più umano pure tra persone che dovrebbero essere ben disposte. E la sua lotta dignitosa e solitaria ci lascia un segno di speranza e di gratitudine per chi affronta ostilità e incomprensioni, pur di affermare il valore di una persona al di là di preconcetti.

Antonio Autieri

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...