Una giornata particolare, tra una quindicenne che ha fatto infuriare qualcuno di potente e un giovane, poco più grande di lei, costretto a farle da carceriere contro la sua volontà. L’ambiente è claustrofobico, ma dalla parlata (il film si giova in più momenti di sottotitoli) ci troviamo a Napoli o nei suoi dintorni. E l’ambiente sociale è evidentemente quello camorristico o della criminalità ad essa collegata.

In uno spazio enorme e soffocante al tempo stesso (un vecchio collegio abbandonato con un ampio giardino che sembra un bosco stregato e cunicoli e corridoi inquietanti) l’ostilità iniziale della ragazza si trasforma prima in sfida provocatoria, poi in curiosità verso il ragazzone costretto a fare qualcosa di cui non conosce confini ed esiti (cosa rischia effettivamente la ragazza?). Un’attesa snervante, interrotta solo da uno sgherro professionista che cerca di incutere terrore alla ragazza (che risponde con una strafottenza che è solo insicurezza ben celata), che produce piccoli miracoli di scoperte: su di sé, sull’altro, sull’ambiente circostante. Come quando i due giovani trovano la foto di un’altra quindicenne, morta suicida in quell’antico collegio perché aveva scoperto di essere incinta. «Si sarà sentita sola» esclama lei, prima di convincere il suo goffo carceriere a raccogliere fiori da portare davanti alla sua foto consumata dal tempo. O come quando in un grande spazio allagato trovano una barca, e volano con la fantasia verso spazi aperti e avventure… Ma sono le confidenze («mi piacerebbe cucinare, fare lo chef», svela lui) e le emozioni a unirli in una strana complicità. Finché la giornata particolare finisce: e tutti i nodi vengono al pettine con l’arrivo dell’atteso e temuto boss Bernardino.

Prima opera di finzione di un documentarista di lungo corso come Leonardo Di Costanzo, L’intervallo sembra appartenere a quel genere inaugurato da Gomorra: una sorta di “mafia movie” (camorra, in questo caso), che ha dato vita di recente a film interessanti come Tatanka e soprattutto Là-bas. E di Gomorra il film ha uno degli sceneggiatori, Maurizio Braucci (che ha scritto il testo in italiano, poi “tradotto” in dialetto ma anche adattato sugli interpreti). In realtà L’intervallo ha ambizioni che vanno oltre il genere. Frutto di un laboratorio teatrale che ha preparato per mesi il momento delle riprese (e trasformato due giovani alla prima esperienza in facce da cinema con un campionario completo di espressioni e una versatilità sorprendente), il film di Di Costanzo presentato alla Mostra di Venezia 2012 è un piccolo affresco su un mondo soffocante e violento, che costringe due minorenni a scelte difficili e che sembra non prevedere una speranza nelle loro vite oltre il tempo di un “intervallo” imprevisto. Ma la faccia del giovane Salvatore alla fine, quando torna dal padre, sembra delusa e sconfitta ma anche più consapevole del mondo. Teso come un thriller (grazie anche ai toni cupi e angoscianti della fotografia di Luca Bigazzi), denso come un racconto di formazione, è un coraggioso saggio sulle possibilità narrative di un cinema italiano “nuovo” che, lontano dai riflettori e con poche possibilità di essere visto, merita invece attenzione e chance.

Antonio Autieri