L’insulto

L’insulto

- in AL CINEMA, FILM, IMPERDIBILE
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Un litigio tra un cristiano e musulmano, in Libano, provoca un insulto e una reazione. E poi un processo e uno scontro tra fazioni

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Un litigio nato da un banale incidente trascina Toni e Yasser in tribunale. E da lì, la questione privata si trasforma in una disputa di proporzioni nazionali ed internazionali, rivangando tensioni e intolleranze tra cristiani libanesi e musulmani palestinesi. Il caso sfugge di mano, e mentre gli scontri tra le fazioni si inaspriscono, i due protagonisti della contesa, da lontano e con sospetto, iniziano a scoprirsi nel loro passato fatto di violenze e soprusi.

Il tema della coesistenza di due culture diverse all’interno di uno stesso contesto politico è tra i più caldi del momento; e se è già complesso districarsi tra le ragioni dei singoli popoli in un giudizio ragionevole, sul piano cinematografico il rischio di banalizzare o di far leva sul sentimentalismo delle contingenze è sempre in agguato. Ziad Doueiri lo aggira con un colpo da manuale nel suo The Insult, film – in concorso a Venezia 2017, dove ha vinto la Coppa Volpi per la prova dell’attore Kamel El Basha – che richiama alla memoria il conflitto tra cristiani libanesi e musulmani palestinesi, risolto storicamente nel 1990, ma che ha lasciato ferite e rivalità spesso difficili da dimenticare. E allora basta una scaramuccia per una grondaia che sporge da un balcone tra un capocantiere palestinese e un libanese del Partito Cristiano, ed ecco il famoso insulto che trascina la questione in tribunale, trasformando il film in un vero e proprio resoconto ad alta tensione dei risvolti legali, sociali e politici della disputa tra le parti coinvolte. Il film ha l’abilità di declinare l’universalità della storia dei popoli dentro la specificità delle storie dei singoli, concretizzandola tramite i ricordi degli antichi dolori dei protagonisti, vittime e sopravvissuti di ideologie e pregiudizi che per secoli hanno causato lotte e guerre. Si percepisce tutto il peso del passato di questi uomini, e nei risvolti cruciali della storia si è coinvolti in pieno nello sforzo sovrumano che i personaggi compiono per far giudizio dei propri drammi ed aprirsi a una tradizione diversa dalla propria, con tutte le contraddizioni e i colpi di scena, che mantengono altissimo il ritmo del film sul piano del legal-drama. L’occhio del regista si sposta agilmente tra le due parti rivali con una grande profondità di osservazione e una non scontata sensibilità; il forte supporto di una sceneggiatura solidissima tanto nelle svolte narrative quanto nella caratterizzazione dei personaggi, permette di approfondire anche alcune dinamiche forse collaterali (il contesto sociale, i legami famigliari, il contesto lavorativo), ma che completano il quadro di un universo a tutto tondo e perfettamente credibile nei suoi paradossi. Ma ciò che avvince e conquista fino in fondo è la trasformazione del rapporto tra i due protagonisti, che procede silenziosamente in parallelo alla vicenda legale; tramite piccolissime sequenze fatte di gesti e sguardi calibrati alla perfezione dai due bravissimi attori, i personaggi diventano eroi che nel corso della vicenda sono sempre più tratteggiati da vera compassione più che da un odio immotivato verso l’altro. Proprio queste sequenze così dense di gesti e silenzi commoventi hanno la capacità di far emergere da quei dolori passati la vera intenzione del regista e forse la più nobile qualità del film: non parteggiare per nessuno, nessun manicheismo integralista, ma il riconoscimento di una umanità uguale alla propria nell’uomo a fianco a sé. Il verdetto finale è solo un accessorio, la disputa si trasforma in condivisione e comprensione del dolore del proprio fratello.

Letizia Cilea

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