L’infanzia di un capo

L’infanzia di un capo

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La crescita e la formazione del figlio di un diplomatico americano, alla fine della prima guerra mondiale, è segnata da tensioni e scatti d’ira

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Film tratto, liberamente, da un racconto di Jean-Paul Sartre, diviso in tre atti (più un epilogo) e ambientato nel 1919. Nel primo, vediamo il piccolo Prescott (uno straordinario bambino prodigio, Tom Sweet) nella villa dei genitori vicino a Parigi. Il padre, spesso assente e troppo anziano e autoritario, è un diplomatico americano, al servizio del presidente Woodrow Wilson, e lavora alla definizione del trattato di Versailles che dovrebbe pacificare i rapporti tra le nazioni (ma che risulterà fortemente punitivo per la Germania). La madre francese, molto più giovane del marito, alterna severità a permissivismo, e non sa amare e come reagire agli scatti d’ira e alle ribellioni del figlio (che imputa alla madre di voler più bene a Dio che a lui, suscitandogli perciò ostilità per la fede: tira sassi a un gruppo di fedeli che escono da una chiesa…), che si lega maggiormente alla giovane insegnante di francese Ada e all’anziana governante Mona. Attorno alla famiglia, gira anche un giovane giornalista, Charles Maker, di cui non si capisce bene il grado di amicizia con la coppia. Nei due successivi atti, ci sarà spazio per altre ribellioni, segreti mal dissimulati, tradimenti, punizioni e rotture traumatiche. Nelle varie circostanze, Prescott è vittima e talvolta carnefice. La sua è una mancata educazione, fatta di castighi, divieti, lassismi, ambiguità e perfino capacità manipolatorie (di cui è soggetto o oggetto, a seconda dei casi). Per questo, diventato adulto (come mostra l’epilogo inquietante), sarà un sinistro leader inneggiato dalla folla?

Presentato a Venezia nel 2015, dove vinse il premio della sezione Orizzonti per la miglior regia, nonché il Leone del Futuro per il miglior esordio di tutta la Mostra, L’infanzia di un capo vede debuttare alla regia l’attore Brady Corbet, all’epoca 27enne, già visto nell’inquietante Funny Games di Michael Haneke (l’auto remake americano), in Melancholia di Lars Von Trier, e più di recente in Sils Maria di Olivier Assayas, Forza maggiore di Ruben Östlund e Giovani si diventa di Noah Baumbach. Le qualità del film sono indiscutibili: lo stile del neo regista, che riesce a tenere insieme episodi diversi con una capacità di gestire tensioni crescenti quasi da film “di genere”, le interpretazioni degli attori attori (ottima Bérénice Bejo, ma sono da citare anche Liam Cunningham, Robert Pattinson, Yolande Moreau e Stacy Martin), la fotografia spesso cupa e notturna (quasi pittorica) di Lol Crawley con momenti di luce altrettanto forti e contrastati, le musiche incalzanti soprattutto nel finale. Un finale con un colpo di scena sorprendente, che si svela quando si vedrà il volto adulto di Prescott. Ma infastidisce un po’ la meccanicità dell’operazione, che ricorda vagamente – oltre ai riferimenti letterari – Il nastro bianco di Michael Haneke. Questa ricerca delle cause che formano un potenziale leader, anzi quello che con tutta evidenza è un potenziale dittatore, suonano fin troppo consequenziali: se ti trattano male da piccolo, potresti diventare un violento prevaricatore; soprattutto se hai visto da vicino le grandi potenze prevaricare intere nazioni… Quasi che la libertà umana sia esclusa da una visione della storia troppo deterministica. Rimane comunque un film ben fatto e interessante, anche se oggettivamente fin troppo a tesi, grazie alle qualità artistiche e stilistiche fuori dal comune.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...