L’impero del sole

L’impero del sole

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1941. I giapponesi invadono Shanghai e Jim, ricco ragazzino inglese, perde contatto con i genitori mentre la famiglia tenta di fuggire. Catturato dal nemico e rinchiuso in un campo di prigionia, dimostrerà il suo coraggio e il suo spirito d’avventura. Sopravviverà, grazie anche all’aiuto di alcuni adulti, e ritroverà i genitori.

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L’impero del sole è tratto dal romanzo autobiografico del celebre scrittore di fantascienza James G. Ballard, e si avvale della sceneggiatura di un grande drammaturgo, Tom Stoppard. Inizialmente era previsto che il film fosse girato da David Lean, autore – amatissimo da Spielberg – dei grandi kolossal Il ponte sul fuime Kwai, Lawrence d’Arabia e Il dottor Zivago. Eppure è un film che appartiene a Steven Spielberg come più non potrebbe: è la storia di un ragazzo che diventa uomo, del suo ingresso nell’età adulta e del dramma travolgente della guerra. In poche parole, spendibili per quasi ogni film del regista, parla della vertigine del volo. Possiede lampi suggestivi di indubbia efficacia (Spielberg è stato da sempre un abilissimo creatore di atmosfere) e retrocede di un passo, rispetto ai precedenti della filmografia, solo per quel che riguarda la mancanza dell’incanto fiabesco (tutto è improntato ad un sano realismo), un’avvisaglia del tono drammatico e senza sconti dei grandi film che seguiranno (Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan, Munich).

Jim Graham (interpretato da un Christian Bale all’epoca 13enne) è un doppio di Spielberg, innanzitutto per il fascino che su entrambi esercita tutto ciò che riguarda l’aviazione: il coraggio dei piloti, la carlinga degli aerei, l’ebbrezza del vuoto, dello staccarsi da terra. Nonostante ciò, Jim non riuscirà mai a salire su un aereo. Anche questo gli consentirà, durante il suo percorso di maturazione, di non perdere mai il suo sguardo innocente e stupito di fronte a quello che accade. In questo senso, la meraviglia di fronte al bagliore della bomba atomica che illumina il firmamento, un momento di epifania che anticipa la salvezza ma che per lo spettatore significa che in un’altra parte del Giappone stanno morendo migliaia di persone, è emblematica. Jim, come Spielberg, è intraprendente e si adatta alla situazione sempre cangiante: si affeziona al cinico americano interpretato da John Malkovich e lo ripaga della fiducia mostrandogli le case patrizie da saccheggiare dopo lo sgombero della città; imprigionato in un campo di concentramento, si arrangia come può, imparando in fretta a fare baratti e scambi di favori con gli altri prigionieri; sfrutta infine la comune passione per gli aerei di un coetaneo giapponese, esterno al campo, per ottenere altri privilegi.

Il fascino per il volo è combinato a due situazioni tipiche del cinema spielberghiano: il protagonista subisce l’impotenza della prigionia (come capiterà ad E.T., Indiana Jones e ai personaggi di Schindler’s List, Amistad, A.I. e The Terminal) e si trova bloccato su un’isola (come succedeva ne Lo squalo, in Hook e nei due Jurassic Park). Sono dettagli, ma arricchiscono il dramma di concretezza e pathos e aiutano il regista a realizzare con grande equilibrio la parabola di un piccolo grande uomo travolto dalla vita, in un grande affresco storico dal respiro epico molto ampio. Sono le prove generali, lo abbiamo detto, per i capolavori che seguiranno (la vera svolta della carriera sarà Schindler’s List, punto di non ritorno di una filmografia nella quale gli exploits commerciali – che non mancheranno – saranno comunque da allora in poi delle digressioni) ed anche per questo è unico. E’ un film molto classico, girato con grande dispiego di forze, tipico di un’era di Hollywood in cui la grandiosità esigeva molti sforzi. Elegante, raffinato, brilla per la bellezza delle sue immagini e la potenza delle sue suggestioni.

Il dramma più grosso che il film, in tutte le sue sfumature, si trova a dover affrontare è quello della guerra. Spielberg era riuscito anche a riderci sopra, nell’unico film comico della sua carriera (1941-Allarme ad Hollywood), ma farà i conti con l’evento più tragico del XX secolo in altre occasioni, da Schindler’s List a Salvate il soldato Ryan, passando – sia pure in chiave di avventura e intrattenimento – per i due episodi di Indiana Jones in cui l’eroe combatte contro i nazisti. La guerra conduce alla solitudine, alla paura, all’aggressività, ma è anche per il protagonista una scuola di vita e un banco di prova per l’ingresso nell’età adulta. Perfino (e naturalmente) la fine del conflitto e la liberazione dei prigionieri (che risolverà la vicenda del ragazzo in chiave positiva, con il ritrovamento dei genitori che aveva perso) vogliono il loro sacrificio in termini di vite umane: il cielo si illumina della luce accecante dello scoppio dell’atomica, una “fotografia scattata da Dio”.

Un altro tema caro a Spielberg è quello dell’infanzia perduta e ritrovata. Il suo cinema è pieno di cose e persone perdute: arche perdute (Indiana Jones), mondi perduti (Jurassic Park) e soprattutto ragazzi perduti (i “Lost Boys” di Peter Pan). L’impero del sole non fa eccezione: racconta di uno strappo e di una perdita, una di quelle lacerazioni che fanno diventare uomini. James è un ragazzo benestante che vive un’infanzia ovattata e protetta, sicura perché separata dai mali del mondo. La guerra gli strappa di dosso l’innocenza perché lo costringe, per sopravvivere, ad accelerare i tempi di maturazione verso l’età adulta. James conosce gli orrori dei campi di prigionia e di concentramento, vede in faccia la morte e cerca disperatamente figure vicarie dei genitori che lo possano sostenere in questo duro addestramento. Ne uscirà non solo vivo ma più forte, pronto ad affrontare quello che il mondo e la Storia potrebbero serbargli.

Raffaele Chiarulli

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