Libere disobbedienti innamorate – In Between

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Tre ragazze palestinesi a Tel Aviv, ognuna condizionata dagli uomini o dalla famiglia

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Due sono molto libere, la terza che si unisce al loro appartamento come coinquilina è invece musulmana praticante e osservante delle regole. E infatti inizialmente le prime due la trattano con freddezza: Salma, cristiana, fa la disc jockey ed è omosessuale; Leila fa l’avvocato, si dedica al lavoro e ha una vita sentimentale irrequieta perché non tollera uomini possessivi (e rifiuta i valori della tradizione musulmana). Noor, la “tradizionalista” è appunto un pesce fuor d’acqua inizialmente, con il suo velo e con quel fidanzato retrogrado e diffidente verso le coinquiline della donna che vuole sposare in fretta. Ma tra loro non c’è amore, e presto lo scontro sarà inevitabile. E anche avvicinarsi alle altre due ragazze. In un contesto dove i “padroni di casa” ebrei si vedono poco ma si fanno sentire (si può perdere il lavoro per un’impuntatura sulla lingua usata), per tutte e tre, il futuro è un’incognita: di certo, solo la loro solidarietà.

Libere disobbedienti innamorate (In Between è il titolo internazionale, Bar Bahar quello originale), diretto dalla regista araba israeliana Maysaloun Hamoud (esordiente), mette in scena i contrasti della situazione che vivono le tre giovani: a Tel Aviv, città socialmente avanzata, sono comunque al centro di contraddizioni tra modernità e tradizione; essere donne non aiuta affatto, la condizione femminile è vista come fragile e soggetta a pregiudizi se non a violenze. Alcuni aspetti ci possono sembrare fuori dal mondo (come i tentativi di matrimoni combinati, peraltro spesso raccontati dal cinema, o le pressanti richieste dei fidanzati di non lavorare perché una futura sposa è meglio che stia a casa) ma rispecchiano una mentalità precisa e diffusa (non solo tra i musulmani). Il film fa coincidere la libertà soprattutto con la trasgressione: queste ragazze bevono e fumano parecchio, hanno rapporti sentimentali e sessuali instabili. E sono tutt’altro che felici, come si vedrà nella scena finale dopo l’ennesima festa molto trasgressiva. Forse la libertà, malamente intesa e assolutizzata, non basta a queste ragazze.

Narrativamente, poi, il film per farci simpatizzare ai loro destini calca la mano sui personaggi che si contrappongono loro, che sono caricaturali o violenti. In particolare l’orribile fidanzato di Noor, fanatico islamico, che la stupra e pensa di poterla sposare senza problemi. Un meccanismo di contrapposizione un po’ facile, che rischia di far scivolare il film – che ha tra i suoi pregi le tre attrici protagoniste, molto espressive e credibili nei rispettivi ruoli di donne confuse e teneramente alla ricerca della felicità – su binari prevedibili e di sfondare fin troppe porte aperte. In tal senso uno dei pochi personaggi che escono da questo schema è il padre di Noor, che prenderà le sue parti appena saputa della rottura con il fidanzato: forse l’unico uomo decente del film, sicuramente il personaggio più sorprendente.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...