Lettere da Berlino – 4

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Il reportage della nostra inviata al festival tedesco: Kaurismaki fa amare i suoi personaggi

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Quarta puntata del nostro diario dal Festival di Berlino (9 – 19 febbraio)

Anche gli assassini hanno un cuore… E pure un certo talento per la cucina. Si potrebbe sintetizzare così lo spunto del film in concorso Mr. Lang, storia di un killer di professione che da Taiwan viene inviato a Tokio in missione per uccidere lo scagnozzo di un boss. Silenzioso ed efficiente (come viene sanguinosamente mostrato nella prima sequenza del film), il killer si trova però di fronte a un imprevisto che lo mette nelle mani dell’uomo che voleva eliminare. Fuggito per miracolo si ritrova in un paesino dove un ragazzino (che per un caso – o un segno del cielo – conosce la sua lingua avendo una madre originaria di Taiwan) lo aiuta a rimettersi in sesto. Inaspettatamente il talento culinario di Mr. Lang (così il taiwanese viene chiamato dalla gente del posto che lo prende in simpatia) lo porta a mettere in piedi un chiosco di noodles, mentre aiuta anche la madre del ragazzino a disintossicarsi dalla droga. Ma il passato non tarda a presentare il conto e Mr. Lang dovrà tornare a sfoderare il coltello… E non per cucinare. Violenza e verosimiglianza a parte, il film del giapponese Sabu è una specie di favola in cui le vite di due outsider (il sicario taiwanese e la madre del ragazzino, con un passato da prostituta e un amore perduto) si uniscono per un attimo in un momento di felicità, formando un’improbabile famiglia sotto la tutela di un gruppo di vicini tanto più assurdi quanto generosi. Action e commedia si intrecciano in una pellicola che fa molta simpatia, giocando anche su stereotipi nazionali che potrebbero sfuggire ai noi europei, ma che hanno una loro indubbia efficacia.

Tutt’altro passo il film presentato fuori concorso The Lost City of Z di James Gray ispirato alla vita e alle imprese di Percy Fawcett, che nei primi trent’anni del Novecento – prima per conto della Royal Geographical Society e poi per conto proprio – si imbarca nella pericolosa esplorazione dell’Amazzonia, rischiando più volte la vita e sacrificando la sua famiglia. Un filmone in cui sono state profuse indubbiamente molte risorse, ma che emoziona fino a un certo punto, dal momento che non si riesce a cogliere fino in fondo (anche per buchi di sceneggiatura) lo spirito che guida il protagonista. Numerosi passaggi temporali non sempre ben gestiti (la storia si svolge sull’arco di vent’anni, ma i passaggi di tempo che dovrebbero farci capire il cambiamento dei personaggi sono poco leggibili), avanti e indietro tra l’amena Inghilterra e la selvaggia Amazzonia, con un passaggio per le trincee della Prima Guerra Mondiale, costruiscono un racconto che non riesce mai fino in fondo ad appassionare.

Agli antipodi il film di Aki Kaurismaki, The other side of Hope (secondo capitolo di una sorta di trilogia delle città portuali iniziata con Miracolo a Le Havre: il film  fortunatamente ha già una distribuzione italiana), un film per certi versi poverissimo, ma capace di far amare i suoi imperfetti personaggi. La Finlandia di Kaurismaki è sempre quello strano territorio dove modernità e passato si mescolano, come sulle scrivanie dei poliziotti, dove di fianco al computer c’è una vecchia macchina da scrivere e un telefono d’altri tempi. Qui sbarca anche Khaled, un rifugiato in arrivo dalla Siria, passato attraverso le ormai tristemente note trafile di confini, campi, violenze e rifiuti, ora accolto con impeccabile cordialità dai finlandesi… Salvo poi vedersi rifiutata la richiesta di asilo perché nella sua città di origine (Aleppo) «la situazione non è tale da mettere a rischio la vita delle persone»… Fortuna per lui che il paese è fatto anche da persone come Wikström (Sakari Kuosmanen, attore feticcio del regista finlandese), un rappresentante di camicie che decide di lasciare il lavoro e la moglie ubriacona per aprire un ristorante. Ovviamente il locale (e i suoi impiegati) sono anche loro piuttosto bizzarri ed è lì che capiterà il giovane Khaled, deciso a rimanere in Finlandia anche dopo essere stato respinto, in attesa di notizie della sorella persa di vista durante il viaggio. Kaurismaki conserva il suo sguardo poetico e surreale ma, con un ottimo accompagnamento musicale, mostra anche tutti i limiti e le contraddizioni di una nazione divisa tra accoglienza e rifiuto, un confine d’Europa al contrario che può diventare però il luogo di un incontro umano.

Laura Cotta Ramosino

NELLA FOTO: The other side of Hope di Aki Kaurismaki

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