Lettere da Berlino – 3

Lettere da Berlino – 3

- in EDITORIALI, IN EVIDENZA, NEWS
125
Commenti disabilitati su Lettere da Berlino – 3
Viceroy's House

Il reportage della nostra inviata al festival tedesco: film (di taglio televisivo e non) un po’ troppo prevedibili…

Download PDF

Terza puntata del nostro diario dal Festival di Berlino (9 – 19 febbraio)

La domenica si era aperta con l’atipico thriller di Agnieszka Holland Spoor, ambientato nei dintorni di una cittadina immersa in una valle remota della Polonia. La bellezza selvaggia della natura è ben presto macchiata dal sangue, prima degli animali cacciati pressoché senza controllo da molti dei locali, poi degli stessi cacciatori, che iniziano a morire in strane maniere. Non sarà forse, suggerisce l’anziana Duszejko (che vuole sempre essere chiamata solo per cognome) che la natura ha iniziato a ribellarsi e a punire i suoi persecutori visto che le autorità, siano esse civili o religiose, chiudono un occhio o addirittura si fanno complici del massacro? Duszejko è un personaggio quanto meno originale e un classico narratore inaffidabile e man mano che si procede il film assomiglia più ad una di quelle serie thriller nordiche virata in salsa polacca (non sarà un caso che la Holland negli ultimi anni abbia diretto molta ottima serialità americana?) che a un classico prodotto da Festival. Sia come sia, con il suo afflato animalista che ha del mistico, la regista polacca dà vita ad un’altra opera controversa e molto personale, che non nasconde mai il suo intento politico senza temere di riuscire disturbante.

Molto più canonico è Viceroy’s House di Gurinder Chadha, con Hugh Bonneville (uno dei protagonisti di Downton Abbey) nei panni di Lord Mountbatten, l’ultimo viceré dell’India imperiale, incaricato di supervisionare il passaggio all’indipendenza, e Gillian Anderson in quelli della sua consorte. Attorno agli inglesi, che cercano di porre termine a un dominio durato tre secoli senza perdere la faccia e l’influenza, un variegato gruppo di personaggi indiani, dai protagonisti della vita politica, a due giovani servitori, l’indù Jeet, e la musulmana Aalia, il cui amore interreligioso è ostacolato dalla divisione in cui il paese sta precipitando. Il risultato è un film dal tono un po’ televisivo che a tratti sembra una prosecuzione coloniale della serie di Julian Fellowes (non solo per il protagonista, ma anche per l’arguto sguardo al dietro le quinte della magione del titolo), altrove un prodotto bollywoodiano (la travagliata storia d’amore dei due giovani) ma sembra anche essere un po’ figlio dello sguardo sulla politica di un altro britannico, il Peter Morgan di The Crown e The Queen.

Sarà un segno che registi “da festival” passino alla regia di serie televisive di prestigio e che i film di un festival prestigioso, anche nel concorso principale, assomiglino a prodotti televisivi? Fatto sta che anche Berlino, da un po’ di anni a questa parte ha iniziato a dedicare un vasto spazio, sia nel mercato che nella vetrina delle sezioni di concorso al piccolo schermo.

Tutt’altro genere di pellicola il terzo film in concorso, il cileno Una mujer fantastica di Sebastian Lelio (il suo precedente film Gloria nel 2013 vinse il premio per la migliore attrice proprio qui a Berlino): storia di Marina, transessuale che rimane sola dopo che il compagno Orlando muore improvvisamente. Marina si trova così ad affrontare oltre il proprio dolore per l’uomo scomparso, le diverse reazioni della famiglia che l’uomo aveva lasciato per vivere con lei. Un ritratto tutto dalla parte della sua protagonista, che segue nell’elaborazione del lutto e nei difficili rapporti con chi resta e che non vede l’ora di farla uscire dalla propria vita, come un elemento scomodo e doloroso. Un film che senza dubbio attirerà l’attenzione della Giuria di un festival che ha programmaticamente dichiarato la propria attenzione per le minoranze e la diversità.

Laura Cotta Ramosino

NELLA FOTO: Viceroy’s House di Gurinder Chadha, con Hugh Bonneville

About the author