Lettere da Berlino – 2

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Final Portrait

Il reportage della nostra inviata al festival tedesco: vite celebri sullo schermo

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Seconda puntata del nostro diario dal Festival di Berlino (9 – 19 febbraio)

Un fantasma si aggira per il cinema europeo… il biopic. Questa citazione semiseria del Manifesto del partito comunista nasce dall’inevitabile confronto tra due film evento della giornata di ieri: la mattina, nella rassegna principale, Final Portrait, con la regia (è la quinta per l’attore americano) di Stanley Tucci e Geoffrey Rush nei panni di Alberto Giacometti, pittore e scultore svizzero; il pomeriggio Le jeune Karl Marx (sì, il titolo è quello: e le inevitabili reminiscenze della pseudo fiction Il giovane Ratzinger di Boris – Il film sono state anche di chi scrive) con un altro habitué del festival, August Diehl.

Final Portrait è un omaggio molto personale di un artista ad un altro artista: Stanley Tucci, che si concentra sull’ultimo periodo della vita di Giacometti (Geoffrey Rush), si ispira a un libro del giornalista americano James Lord che di Giacometti fu anche modello per un ritratto, quello del titolo. Circoscrivere il racconto a un periodo ristretto permette a Tucci di concentrarsi su piccoli dettagli, il metodo di lavoro dell’artista, il suo strano rapporto con la moglie e l’amante, le idiosincrasie  e i lampi di genialità.

Le jeune Karl, diretto da Raoul Peck e interpretato da August Diehl, è invece il classico “ritratto dell’artista (qui l’economista) da giovane” con tutto il dovuto armamentario di discussioni filosofiche, notti spese sui tavolacci a lume di candela a scrivere il capolavoro, casette di due camere dove la famiglia muore di fame, persecuzioni politiche e poliziesche, grandi scoppi di oratoria fino all’inevitabile epilogo, la scrittura del Manifesto del partito comunista. Mentre Marx fatica a dare da mangiare alle figliolette e alla moglie aristocratica, che ha mollato tutto per lui e che per sua fortuna non fa mai una piega, e non  riesce a farsi assumere al servizio postale di Bruxelles causa scrittura incomprensibile (successe davvero, in Inghilterra, con le Ferrovie), il suo amico Engels cerca di conciliare la propria origine borghese (il padre dirige una fabbrica a Manchester dove anche lui lavora) con le istanze riformiste che ha maturato. Le tante discussioni di filosofia ed economia sono intervallate da qualche spunto familiare e sentimentale che pesca senza vergogna in tutti i cliché del genere. Il risultato è una di quelle operazioni precise ma poco entusiasmanti, classica nell’impostazione salvo un guizzo di tentata modernità nei titoli di coda, che ci ricordano tutti i successi del comunismo attraverso un montaggio di immagini di repertorio che non fanno che intensificare l’impressione assai più tradizionale – per non dire vecchia – della pellicola.

In concorso è passato invece Felicité, storia ambientata a Kinshasa di una cantante da bar, la cui vita già complicata viene sconvolta da un incidente del figlio. Nella periferia povera della capitale del Congo anche un ricovero dignitoso in ospedale, le medicine essenziali e un’operazione invitabile sono lussi per cui Felicité deve trovare disperatamente i soldi necessari. Donna sola e indipendente, dal carattere complesso, Felicité trasmette nella sua musica un animo tormentato e misterioso. Il film segue passo passo il suo vagare alla ricerca di denaro, i minuti gesti della vita quotidiana, l’amore senza mezzi termini per il figlio, la nascita di un possibile nuovo amore. Quello del regista franco-senegalese Alain Gomis è un tipo di cinema che per certi versi ricorda il nostro Neorealismo e dipinge con grande empatia un mondo e personaggi che cercano di sopravvivere spesso affidandosi a Dio, in un mondo che non fa sconti e anzi continuamente sfida e delude. Un cinema che ad oggi si ritrova quasi solamente nei festival e che raramente si fa strada sugli schermi del pubblico.

Laura Cotta Ramosino

NELLA FOTO: Geoffrey Rush e Armie Hammer in Final Portrait

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