L’estate addosso

L’estate addosso

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Due ragazzi italiani vivono una vacanza indimenticabile a San Francisco.

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Debole film di Gabriele Muccino, per chi scrive, uno dei registi più capaci di raccontare storie in Italia e, a volte anche se non sempre, capace di tirare fuori uno sguardo originale e sincero sui suoi personaggi. Era così, ruspante e ben diretto, il suo secondo film, Come te nessuno mai in cui il fratello Silvio era un liceale un po’ imbranato e un po’ sbruffone a caccia di un amore “per sempre”. Ed era senz’altro buono il suo film più celebre, quel L’ultimo bacio (di cui uscì pure un remake americano non memorabile qualche anno dopo) che lanciò parecchi attori capaci e, se non riusciva pienamente a restituire il ritratto di una generazione, raccontava con efficacia e un bel ritmo le nevrosi e la solitudine della vita di coppia negli anni 00. Poi, un mezzo passo falso con il non riuscito Ricordati di me e la lunga trasferta americana con almeno un film (La ricerca della felicità)  semplice e positivo. Questo per dire che Gabriele Muccino conserva ancora dopo anni, un buon tocco registico e anche una capacità di dirigere con convinzione gli attori.

Anche L’estate addosso allora, che della filmografia del regista romano è forse il film peggiore, ha dalla sua una buona confezione e anche attori poco noti, tutto sommato convincenti nei propri ruoli: Brando Pacitto e Matilda Lutz, due liceali, vengono invitati da un amico in America. Dovrebbero stare ospiti per qualche giorno a casa di una coppia di ragazzi gay a San Francisco ma poi la compagnia pare buona e i due, che all’inizio si sopportano a malapena, cominciano a sentire di aver trovato proprio lì, in California, la persona “giusta”. Ecco, la chiave di tutto il film sta proprio nel “sentire”, nella sensazione epidermica, nella bella vacanza che si sintetizza in una serie di vicissitudini e sensazioni che non restano nel tempo e si esauriscono nel breve volgere, come sembra ammettere lo stesso regista nel finale amaro del suo film.

L’estate addosso – il titolo fa riferimento a un canzone di Jovanotti – alla fine è talmente disimpegnato che si fatica a trovare una strada. Tanti i cliché che condizionano pesantemente sia la tenuta narrativa sia la definizione dei personaggi: si va dall’evoluzione grossolana e affrettata della protagonista – una ragazza acqua e sapone, retrograda e piena di pregiudizi, che si trasforma in una libertina – al racconto, piattissimo e banale, della relazione che lega i due amici americani. Storia incasinata, una sorta di triangolo amoroso in famiglia dove quello che emerge non è nemmeno la difesa di un libero amore ma la cronaca un po’ mesta di rapporti che non tengono, più che altro per un’indecisione cronica dei ragazzi su chi scommettere e su chi appartenere. Il tutto raccontato, purtroppo, senza drammaticità e senza pathos. Anzi, con una leggerezza che troviamo irritante con cui si rispedisce al mittente il grande tema presente nelle premesse: il sogno della giovinezza e le sue promesse di felicità, qui ridotte ad un cumulo di esperienze, sensazioni tanto piacevoli quanto effimere che diventeranno ben presto un pesante mazzo di cartoline da rimpiangere.

Simone Fortunato

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