La bellezza contro l’ideologia. È stato premiato dall’Oscar come miglior film straniero, anche se non era ai maggiori festival internazionali. Le vite degli altri è un film che, in modo efficace e avvincente, parla di storia contemporanea, attraverso la vicenda di alcuni uomini che vivono nella Germania dell’Est dei primi anni 80, quando questa si chiamava ancora DDR ed era una repubblica socialista sotto l’egemonia comunista sovietica, ben lontana anche dal sospettare il futuro crollo del muro. Per contrasto viene in mente un altro titolo ambientato negli stessi luoghi, Good Bye Lenin, proprio perché non c’è traccia in questo film di quella nostalgia che prendeva il protagonista quando ricordava la vita della DDR.

Nella Germania Est comunista dei primi anni 80, il famigerato servizio segreto denominato Stasi controlla tutto e tutti. Non sfuggono nemmeno gli artisti, sia i dissidenti che quelli più vicini al regime. A volte per ragioni futili, come la passione morbosa di un ministro per un’attrice teatrale, che lo porta a far controllare da vicino il suo compagno, il drammaturgo Georg Dreyman, considerato “amico”. L’obiettivo è farlo cadere in disgrazia per poterne avere la donna. A essere incaricato della “missione” è l’integerrimo capitano Wiesler, fra i più efficienti uomini della Stasi, che ha il compito di spiare la coppia entrando nella loro vita, controllarla, manipolarla. Ma l’intreccio tra le loro esistenze e la sua avrà effetti sorprendenti: la bellezza di una musica inizia a incrinare un cuore di pietra. E a suscitare un amore per la libertà dell’altro assolutamente sconosciuto. Fino a ribaltare un’intera esistenza dedita alla menzogna per il Potere e l’ideologia e a mentire per salvare le “vite degli altri”. Anche senza pretenderne gratitudine.

Ben lontano dai soliti stereotipi del thriller politico, Le vite degli altri – diretto dall’esordiente Florian Henckel von Donnersmarck – cattura subito lo spettatore in una tensione che lascia senza fiato, al vedere come la vita di qualsiasi cittadino possa essere stata controllata fin nei particolari più insignificanti, e questo da un regime per il quale anche una barzelletta poteva essere motivo di essere classificati come “nemici del socialismo” e quindi perseguitati. Ma il film inequivocabilmente grida come la percezione della verità possa spingere a rifiutare una vita costruita su un ideale menzognero, per cercare una libertà che è soprattutto pace con la propria coscienza.

Beppe Musicco