Le stagioni di Louise

Le stagioni di Louise

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Un’anziana signora rimane sola nella località di mare dove passa l’estate. È l’occasione per riflettere sulla propria vita

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Louise, vecchia signora semplice ed elegante, passa le vacanze a Biligen, piccolo paesino sul mare. Ma quando l’estate volge al termine, tutti i villeggianti partono per tornare nelle proprie città, e invece Louise aspetta invano i congiunti che dovrebbero venire a prenderla. Non solo: la città sembra ora completamente disabitata, in giro non si vede anima viva, anche i negozi sono chiusi. Inizialmente la cosa la indispone un po’, e non è facile sopravvivere da soli (non foss’altro: dove ci si procura da mangiare in una città deserta?), ma poi pian piano la donna si ambienta nella condizione di solitudine, che non è totale da quando le si affianca il cane Pepper. Soprattutto, ripensa a tutta la sua vita: e i ricordi sono ora dolci ora dolorosi.

Classico esempio di animazione per adulti e per cinefili – un bambino, ma anche un ragazzo, non coglierebbe i vari livelli del racconto e della riflessione, annoiandosi parecchio anche per un tratto del disegno non abituale; e sul finale ci sono passaggi certo non per piccoli spettatori – Le stagioni di Louise gioca su alcuni elementi caratterizzanti: un disegno molto colto, sottile, ispirato alla pittura ottocentesca (molto belli i fondali dipinti); la malinconia della vicenda e del personaggio di Louise, che rivede tutta la sua vita giunta ormai a una delle ultime “fermate”; la voce fuori campo, nella versione italiana, di Piera Degli Esposti nei panni di Louise (nella versione francese, l’attrice Dominique Frot) che affida ricordi e pensieri a un diario. Anche se una grande attrice come la Degli Esposti, se la si (ri)conosce, rischia di “mangiarsi” il personaggio di Louise. Soprattutto,  le argute riflessioni dell’anziana protagonista – via via ironiche o fataliste («non mi resta che aspettare…»), divertenti o tristi, ma anche trasognate – sono un po’ insistite in un racconto che potrebbe parlare solo per immagini. E rende il tutto più intellettualistico e freddo (e anche un po’ deprimente), anche se la qualità del progetto è indiscutibile. Il risultato è alterno: pur nella sua brevità (solo un’ora e un quarto), a tratti le peregrinazioni e pensieri di Louise non risultano molto avvincenti; ma ci sono momenti visivamente suggestivi, e inoltre l’episodio del “reincontro” con un soldato morto è inquietante e struggente al tempo stesso, e apre a dolorose confessioni della donna.

Nel finale fanno infatti capolino anche ricordi non gradevoli (il marito, che le fu imposto dalla famiglia e con cui aveva un pessimo rapporto) e tentazioni anche di una certa durezza e drammaticità. Tutto alla fine si scioglie positivamente, ed è bello come Louise superi la sua “crisi”. Ma, rivolgendosi a un pubblico soprattutto maturo se non anziano, è da vedere come viene accolto dal target della “terza età” un film che parla così spregiudicatamente di morte e solitudine. Oltre tutto nel linguaggio dell’animazione, che non è detto che quegli spettatori siano disposti a fruire.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...