Le nevi del Kilimangiaro

Le nevi del Kilimangiaro

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La perdita del lavoro e delle certezze per una coppia di coniugi diventa un’occasione di nuova umanità.

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L’inizio è folgorante: siamo al porto di Marsiglia, e un sindacalista estrae da un’urna dei nomi; venti uomini, che capiamo subito essere altrettanti licenziati. Tra questi lo stesso sindacalista, Michel, che non ha voluto approfittare della situazione e ha voluto rischiare il posto come gli altri compagni. Triste, ma circondato dall’affetto di moglie, figli e nipoti, Michel festeggia con l’amata Claire i trent’anni di matrimonio: e si vede che si amano davvero teneramente, e festeggiano volentieri la loro unione davanti a parenti, amici e colleghi (tra cui i 19 licenziati, ma alcuni conosciuti da Michel a mala pena). Il regalo di figli e amici è una cassetta piena di soldi per un viaggio in Africa (da qui il titolo del film, che riprende il titolo della canzone di Pascal Danel che fa da leitmotiv): soldi che fanno gola a qualcuno, che irrompe a casa loro mentre sono a cena con la sorella di lei e suo marito, amico fraterno di Michel. Picchiati e umiliati, senza i soldi dell’agognato viaggio, Michel e Claire sono abbattuti. Ma il peggio deve ancora venire, quando Michel – militante vecchio stampo, cresciuto nel mito del martire socialista Jean Jaurès – scopre che uno dei due ladri è uno dei licenziati; che oltre tutto è un bravo ragazzo, che tira su i fratelli piccoli abbandonati dai genitori. Ormai la denuncia però è partita. Il senso di colpa inizia a tormentare i due coniugi…

Con Le nevi del Kilimangiaro (incredibilmente piazzato fuori dal concorso principale a Cannes 2011) Robert Guédiguian torna sui luoghi dei suoi film più noti (Marjus e Jeannette, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi due amori) in cui canta la povera gente di Marsiglia, come un Ken Loach francese e ancora più arrabbiato, per quanto anche lui alterni dramma e commedia con abilità. Dopo alcuni film di diverso taglio (tra cui Le passeggiate al Campo di Marte su François Mitterand), torna appunto ai temi più cari, del lavoro e dell’appartenenza politica spesso tormentata. E stavolta centra il suo capolavoro, con questo film ispirato al poema di Victor Hugo Les pauvres gens; grazie anche ad attori bravissimi, dalla personale “musa” Ariane Ascaride all’ottimo Jean-Pierre Darroussin, a Gérard Meylan già visto altre volte nella sua filmografia; e grazie a un taglio meno schematico e ideologico di altre volte.

Sono tanti i cambi di direzione di un film che sembra partire dal dramma della perdita del lavoro ma poi si orienta sulle perdite di certezze: per Michel e Claire, come per la sorella sotto choc e il cognato arrabbiato, quell’irruzione di due ladruncoli è un bivio, davanti al quale decidere che fare della loro vita. Nutrire sentimenti di vendetta o perdonare? Agitare un paternalismo per un ragazzo che, in prigione, rischia una condanna a 15 anni eppure non solo non si scusa ma provoca e sbraita la sua rabbia verso “compagni” ormai imborghesiti? Vivere nel senso di colpa perché, pur in difficoltà, sono più garantiti di poveri veri, giovani e senza garanzie (“abbiamo combattuto anche per loro e ci odiano perché abbiamo un auto e una casa”)? Ci sono spunti buoni anche per l’attualità, in una crisi che attanaglia l’Europa e l’Occidente da anni e su una sinistra in cerca di soluzioni per contraddizioni sempre più gravi e drammatiche. Ma il cuore del film è nella reazione che scatta di fronte ai due fratellini del ladro, abbandonati da una madre che non vuole essere tale e lasciati soli a se stessi. Quei due bambini sono un pungolo per la coscienza. Impossibile non commuoversi di fronte alle prima timide, poi sempre più certe iniziative di Claire e poi Michel verso di loro; e verso se stessi, come di chi riscopre un cuore che rischiava l’assopimento.

Il merito di Guédiguian è di evitare retorica e facili scorciatoie: senza voler rovinare la sorpresa di un film che è intessuto di tanti piccoli scarti e colpi di scena, è da sottolineare come il regista francese non rappresenti una realtà edulcorata ma vera, in cui i tentativi anche buoni vengono frustrati, in cui a ogni passo sicuro sembra alternarsi uno più incerto. E il lieto fine che ha infastidito alcuni non è tale. Perché per due amici che capiscono e cambiano sguardo di fronte alla situazione vissuta, ci sono figli che non accettano la generosità imprevedibile e disinteressata di genitori che sembrano alieni. Ma sono tanto più umani di loro. E consapevoli che stare bene nella propria realtà è più vero, e li rende più felici, di una fuga in un viaggio esotico. Soprattutto, il film ci interroga su un fatto tanto evidente quanto misconosciuto: anche dalla crisi può nascere qualcosa di buono, per chi si gioca completamente. Iniziando a scoprire cosa vale davvero, senza temere rivoluzioni nella propria vita.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...