Le leggi del desiderio

Le leggi del desiderio

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Un giovane motivatore di successo cerca di rilanciare nella vita, anche in vista di un programma televisivo, tre persone in crisi esistenziale.

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Terzo film diretto da Silvio Muccino dopo i mediocri Parlami d'amore e Un altro mondo, è un pastrocchio poco coeso e con tante banalità sia registiche sia di scrittura (lo script è di Carla Vangelista, già sceneggiatrice dei precedenti film del giovane regista romano). Si inizia subito con il botto (si fa per dire): un lungo piano sequenza ci conduce all'interno della casa di Nicole Grimaudo, collaboratrice un po' sciupata di un grosso editore (il doppiatore Luca Ward, terribilmente sopra le righe). Sullo sfondo, domina la scena da uno schermo televisivo il tenebroso Giovanni Canton, life coach, motivatore giovane ma già sulla cresta dell'onda che ha appena mandato alle stampe il suo libro contenente il segreto del successo. ,Aiuto. Muccino, che pure ha un passato di buon attore in film più o meno riusciti (lo ricordiamo con affetto in uno dei migliori film del fratello, Come te nessuno mai), come regista ha molto da farsi perdonare: nella direzione degli attori che, a parte quei due cavalli di razza che sono Maurizio Mattioli e Carla Signoris, deludono tutti. Inadeguati, fuori parte, impegnati in scene autenticamente trash (come il povero Ward che si copre di ridicolo nella sequenza della seduzione della Grimaudo). È proprio Muccino il punto debole di un cast che funziona solo quando si lascia spazio al mestiere dei veterani: lui, con un capello improbabile e un abito peggiore, è assolutamente un personaggio fuori fuoco. Poco credibile nei panni del motivatore saggio e deciso; ancora meno, nella seconda parte del film, quando la sceneggiatura vira sulla commedia dei sentimenti. Ma è tutto il film ad essere parecchio scombinato anche per colpe di una sceneggiatura che procede per accumulo, approfondisce pochissimo e non evita le banalità o gli scivoloni di dubbio gusto. Per dire, se funziona fino a un certo punto il personaggio di Mattioli in crisi con la moglie (un'altra caratterista in gamba: Paola Tiziana Cruciani), disoccupato ma incapace di dire alla donna di aver perso il lavoro, la svolta con cui lui riesce a rilanciarsi nella carriera è inconsistente e inverosimile così come appaiono superficiali per non dire ovvi i consigli per il successo propostigli da Canton. Mattioli, insomma, si salva solo per il mestiere e ce ne vuole tanto per dimenticare i tanti, troppi momenti scult del film compresa una trasformazione fisica e mentale che lascia il tempo che trova e fa ridere i polli. Chi, davvero, può seriamente credere a un sessantenne di successo perché lampadato, vestito con la giacca di palla e provvisto di un terribile accento milanese? ,Non è comunque questo il momento più basso de Le leggi del desiderio che ha il vizio innanzitutto di prendersi troppo sul serio. Tutta la storia con protagonista la Signoris, impiegata in Vaticano ma con una passione e un talento nascosti per la scrittura è già ridicolo di suo. Se poi ci mettiamo una sequenza in cui lei e due amiche attempate leggono in sagrestia (!) i nuovi capitoli dei nuovi romanzi di quella che si firma Lady Stella (“Penetrami con forza” è uno dei successi più grandi) tra mugugni e spasmi che manco nei fotoromanzi softcore, insomma, viene da rimpiangere il realismo di 50 sfumature di grigio e viene pure qualche dubbio sull'umorismo della coppia Vangelista e Muccino. Altri momenti scult: Ward impegnato a titillarsi il capezzolo (!) per sedurre la Grimaudo che da Cenerentola viene trasformata in Dominatrix dall'ineffabile Canton per poi tornare, bontà sua, alla donna morigerata di un tempo; un padre con l'Alzheimer fastidioso, inutile ai fini della narrazione e interpretato da un altro doppiatore, Carlo Valli, tanto in gamba nel doppiaggio quanto inadeguato come attore; un buon numero di slogan di una banalità sconcertante. Più che un mezzo disastro: si salvano solo la prova singola di qualche attore e una confezione, almeno quella, curata.,Simone Fortunato

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