Le ereditiere

Le ereditiere

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Quando Chiquita, la compagna di una vita, finisce in prigione, l’indecisa Chela deve imparare a cavarsela da sola…

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Chela e Chiquita, sono eredi di una buona borghesia coloniale ormai in declino e hanno ormai una certa età. Hanno speso trent’anni insieme e quella che vediamo tra loro è la routine di una coppia collaudata, dove i ruoli (dominante e direttivo quello di Chiquita; compiacente e passivo, quasi infantile, quello di Chela) sono ormai stabiliti da tempo.

Costrette ad affrontare una seria difficoltà economica (si ha l’impressione che la cosa vada avanti da tempo, senza mai essere diventata una priorità drammatica come invece forse avrebbe dovuto), inizialmente si adattano a vendere mobili e suppellettili di famiglia. Le vediamo affrontare la situazione con dignità, anche se la separazione da memorie non solo personali, ma di generazioni, non è affatto indolore e crea più di una crepa nel loro rapporto.

Quando, però, vendere i mobili di casa non basta più, Chiquita finisce in prigione per debiti. È solo allora che Chela, abituata a un ruolo passivo e spesso quasi reclusa in casa, è costretta a fare i conti con la realtà. Così, quasi per caso, inizia un’attività di autista per anziane signore ricche del quartiere… Uno strano lavoro, inaspettatamente lucrativo, che, oltre che farle guadagnare qualche soldo, le permette pian piano di riscoprire la curiosità per la vita e la capacità di cavarsela nel mondo. Le fa anche incontrare Angy, la figlia avventurosa e disinibita di una delle sue clienti, che provoca in Chela un risveglio di passione inaspettato.

Le ereditiere, scritto e diretto dal paraguayano Marcelo Martinessi (in passato vincitore a Venezia con il suo corto La voz perdida) è un film per certi versi minimalista: poco nulla accade e anche quello che accade non è mai trattato con toni accesi, neppure quando si tratta della prigione. Più che altro appare come uno studio di caratteri, primo di tutti quello della sua protagonista (per il ruolo Ana Brun è stata premiata al Festival di Berlino 2018), una donna timida e riservata che riscopre dentro di sé risorse inaspettate.

Il mondo di questa borghesia decadente sembra vivere con un ritmo a se stante, in una determinata e un po’ assurda separazione dal resto della società, per lo meno fin quando Chela non si decide finalmente ad andare a visitare la compagna in carcere. Siamo ben lontani dalle descrizioni drammatiche e violente del carcere cui ci ha abituato un certo cinema (di sicuro lo scopo del regista non è innanzitutto la denuncia) ma la dose di “realtà” di quell’ambiente sovraffollato e confuso è un ulteriore colpo alla placida passività da cui Chela era partita.

Una storia di rivoluzione pacifica, esistenziale, che passa da un gesto per molti versi ovvio e banale come la guida, o una sigaretta, raccontata in una pellicola dai ritmi distesi (a volte anche un po’ troppo), che ha il merito di sfiorare i temi sociali concentrandosi innanzitutto sui personaggi e sul loro percorso.

Laura Cotta Ramosino

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