Le cose che verranno si apre con due persone che portano i due figli sulla tomba del poeta Chateubriand, alla sommità di una scogliera a Saint-Malo in Bretagna: un panorama mozzafiato che sembra indicare un’aspirazione alla libertà. Libertà di cui Nathalie, che vediamo dopo uno stacco pochi anni dopo alle prese con una vita normalmente piena di problemi e frenesie, non sembra in realtà aver bisogno: lei sta dietro senza ribellarsi lle ansie della madre, che un po’ la ricatta psicologicamente con malesseri veri o enfatizzati; si dedica senza risparmio a marito e figli; insegnante di filosofia, è generosa con gli studenti che pure non dimostrano sempre di ricambiare le attenzioni o sembrano immaturi. Mentre un (insopportabile) ex allievo anarchico un po’ le dimostra affetto e molto la punzecchia per la sua vita “borghese”. Ma a un certo punto quell’equilibrio va in pezzi: il marito la lascia per un’altra donna («pensavo che ami avresti amata per sempre»), la madre muore, i figli ormai grandi vanno via di casa (e la casa editrice per cui collabora inizia a snobbare le sue proposte perché vuole cambiamenti…). Nathalie rimarrà sola o diventerà libera?

Molti film hanno raccontato certi snodi della vita di una donna, che perse le certezze cade in crisi o al contrario vede aprirsi una stagione di nuove e vertiginose opportunità Mia Hansen-Løve, giovane e talentuosa regista francese che a 36 anni ha già diretto sei film, sceglie la strada più minimalista e intellettuale, in sintonia con il suo percorso da “neo nouvelle vague” che un po’ si è scelta e un po’ le rimane attaccato addosso dai giudizi dei critici: in Le cose che verranno – L’avenir (Orso d’argento a Berlino nel 2016) l’autrice pedina Nathalie e trova nella consueta bravura di Isabelle Huppert le possibilità di  arricchire il personaggio di paure, tensioni, sensibilità ma anche idee da difendere con se stessa e con gli altri, a causa di un bagaglio culturale e filosofico che rischia però di toglierle spontaneità. Nathalie cerca di sfruttare questa seconda possibilità che la vita sembra imporle (più che offrirle). Ma la seconda parte del film è decisamente punitiva e anche un po’ irritante per lo spettatore, anche per “colpa” dell’ex studente che la provoca di continuo con la sua flemma da “alternativo” e di quella comune di semisfaccendati che non ispirano molta simpatia. Alla fine Nathalie, probabilmente, ritroverà se stessa. Più difficile che il film trovi un pubblico disposto a seguirlo, se non tra i fans dell’autrice emergente, che però ci aveva convinto di più altre volte (Il padre dei miei figli, Un amore di gioventù).

Antonio Autieri