L’attesa

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In una grande villa siciliana una donna ha appena celebrato il funerale del figlio quando a sorpresa giunge la fidanzata francese del ragazzo che ancora non sa nulla…

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Regista di diversi cortometraggi e documentari ma anche assistente alla regia per Sorrentino su This must be the place e La grande bellezza, Piero Messina in questa sua opera prima si dimostra assai sorrentiniano nella cura impeccabile della composizione delle immagini e della fotografia, così come nell’uso enfatico e talora spiazzante della musica. Lo è però anche per certi versi nell’esilità della trama e in una certa voluta ellissi dei sentimenti che per molta parte del pubblico risulterà molto frustrante. Senza però l’energia e la vitalità dei film del “maestro”.
Il destino di due donne (entrambe francesi e quindi straniere in terra siciliana, non si capisce bene se per esigenze di storia o di cast) incrociano i loro destini attorno a un’assenza, quella del misterioso Giuseppe, che non vedremo mai in volto, fidanzato e figlio, il cui vero destino una sola conosce. La reticenza di Anna nel rivelare alla giovane Jeanne come stanno veramente le cose, così come la morbosità nell’ascoltare i messaggi che la ragazza lascia sulla segreteria del cellulare del ragazzo, risultano solo in parte comprensibili di fronte a un lutto terribile.
Fin dalle prime inquadrature il regista accosta il rapporto tra Anna e il defunto Giuseppe a quello della Vergine addolorata con il figlio crocifisso, sfruttando a piene mani la collocazione temporale del racconto durante la Settimana Santa. L’attesa che dà titolo al film è quindi forse da un lato quella dello svelamento di una verità così evidente che lo spettatore si chiede come Jeanne possa non intuirla; dall’altro quella di un impossibile miracolo che, come accadde nella notte del sabato santo, restituisca la persona amata all’abbraccio.
Nel mezzo lunghi silenzi, bagni nel lago, preparazioni di cibo inquadrate con la cura di un affresco seicentesco, musiche eleganti e sospese, sguardi che sembrano voler dire tutto e niente. I dialoghi, quando ci sono, sembrano stentati all’interno di un contesto che si compiace della sua ambiguità. Bando al realismo, dunque, anche quando entrano in scena una coppia di ragazzi che risvegliano l’interesse delle due donne, e molta atmosfera, un quieto indulgere da parte di un epigono volenteroso di un tipo di cinema che rischia di avere più tempo a disposizione che cose da dire e che finisce per amplificare le stesse perplessità dei modelli a cui si ispira (anche Kieslowski e Sokurov, con tutta evidenza). Rimane la sensazione che tanta innegabile maestria potrebbe essere messa al servizio di storie, se non più comprensibili, certo più urgenti e necessarie.

Laura Cotta Ramosino