Latin lover

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A dieci anni dalla sua scomparsa un grande attore italiano viene celebrato nel suo paese d’origine, da mogli, figlie, amici e conoscenti…

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«Saverio Crispo? Un grande genio del cinema italiano» afferma un critico azzimato e compiacente. È la commemorazione di Saverio Crispo, grande attore e latin lover, a dieci anni dalla morte l’evento attorno cui ruotano le vicende di una congerie di personaggi: soprattutto donne, che l’uomo amava alla follia. Da cinque storie almeno – due mogli “vere”, le altre compagne ufficiali o clandestine – sono nate cinque figlie: una italiana, una francese, una spagnola e una svedese che si radunano per l’occasione, mentre una americana (riconosciuta solo dopo la prova del Dna) non si sa se arriverà. Le due mogli, italiana e spagnola (le grandi Marisa Paredes e Virna Lisi, quest’ultima da poco scomparsa e alla quale il film è dedicato), vanno d’accordo, a parte qualche frecciatina: in mezzo c’è stata un’altra donna, non c’è stata vera rivalità tra loro. Le figlie, invece, un po’ si alleano e un po’ battibeccano, nonostante si siano frequentate in gioventù nelle estati da famiglia allargata: la più grande, italiana, è la vestale del ricordo paterno e vive di frustrazioni e segreti (come il fidanzato che non vuole mostrare in pubblico, perché non piace alla madre); la spagnola, sposata con un bellimbusto fedifrago (da cui ha avuto due figli), chiude gli occhi sui problemi e cerca il positivo in ogni cosa; la francese, isterica e in guerra con le altre e con il mondo, ha tre figli da tre padri diversi; la svedese è giovane e leggerina, e soffre perché quel padre lo ha conosciuto poco. Sempre meglio dell’americana che non lo ha mai visto. Forse.,Di dubbi, di segreti, di rivelazioni ce ne sono parecchie, nel nuovo film di Cristina Comencini, che torna alle amate commedie corali, come Matrimoni e Il più bel giorno della mia vita. La trovata migliore è quella di far vedere il divo (interpretato da un convincente Francesco Scianna) in spezzoni di mitici film rifatti per l’occasione in cui Saverio Crispo “ruba” il posto ai vari Vittorio Gassmann, Marcello Mastroianni, Gianmaria Volontè e altri (anche stranieri), da Il sorpasso a La classe operaia va in Paradiso, da L’armata Brancaleone a Divorzio all’italiana, e tanti altri. Più consueto è il gioco di sfoghi, schermaglie, recriminazioni e dispetti che le varie donne mettono in campo, gioco in cui entrano in volta in volta il critico già citato, un giornalista appassionato ma anche incalzante e a caccia di segreti e infine lo stuntman personale del divo, depositario di scomodi retroscena (quello principale è telefonato e poco credibile al tempo stesso). Nel preparare la giornata di celebrazioni, infatti, di Crispo veniamo a sapere tanti aspetti meno noti (e quando si parla di depressione, non si può non pensare a Gassmann, davvero il più simile per tanti aspetti ai vari divi cui il latin lover della Comencini si ispira). Una sarabanda in cui entrano anche le singole vicende di mogli e figlie, più o meno tutte con scheletri nell’armadio o vicende che andranno a esplodere (e in qualche modo a ricomporsi) nella fatidica ricorrenza.,Se Virna Lisi e Marisa Paredes giganteggiano in classe, sono tutte all’altezza della situazione le varie Valeria Bruni Tedeschi (sempre più brava), Angela Finocchiaro e Candela Peña, mentre rimangono più laterali ovviamente i “maschi”; su un gradino superiore agli altri lo spagnolo Lluis Homar, come Marisa Paredes già utilizzato varie volte da Pedro Almodovar (scelta che non sembra affatto casuale). Fila tutto più o meno scorrevole, il film, strappando qualche sorriso e facendo emergere la nostalgia per un cinema che non c’è più; e, nelle intenzioni, anche l’orgoglio di andare oltre. Esattamente come quelle figlie che devono imparare a distaccarsi da un padre troppo idealizzato. Il problema è che Latin lover rischia di essere uno di quei film che piace a chi ha già deciso prima che “deve” piacergli: ben fatto, brillante, simpatico, con quella amoralità lieve in cui va bene tutto e il suo contrario che diverte alcuni e irrita altri. Un’operina che però alla fine scivola via come acqua fresca, ben lontana dalle commedie di un tempo omaggiate – insieme ad altri generi, tra cui gli spaghetti western… – il cui ricordo non svaniva certo così in fretta. E con una commozione artefatta, sul finale, che sa di facile chiusura di ferite raccontate con troppa sufficienza.,Antonio Autieri,

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