L’appartamento

L’appartamento

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L’appartamento di un impiegato è sede dei convegni amorosi dei suoi superiori, con vvantaggi per lui. Ma le cose cambiano per via di una ragazza…

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C.C. (Bud) Baxter lavora in una grande compagnia di assicurazioni e fa carriera prestando il suo appartamento ai superiori in fregola di avventure extraconiugali. Si innamora di una delle ragazze che stanno all’ascensore, ma anche lei è “ospite” dei superiori nell’appartamento di Bud. Da qui la scelta: a cosa rinunciare? Alla carriera o alla donna amata?

Billy Wilder è la commedia americana. Ungherese emigrato ad Hollywood, sceneggiatore per Lubitsch e poi dalla seconda metà degli anni 40 anche lui regista. Per la prima parte della carriera ha alternato commedie leggere (Sabrina) a drammi di forte critica sociale (L’asso nella manica). Alla fine degli anni 50 Wilder stava vivendo un momento di grande splendore, arrivava dal successo clamoroso di A qualcuno piace caldo, quello che è in qualche modo la summa delle tematiche care a Wilder: il travestitismo, il falso, la menzogna, ma anche il sentimento amoroso che supera tutte queste cose. L’appartamento è un altro capolavoro, più triste, più sommesso che traghetta la carriera di Wilder verso una seconda fase di film più eccessivi (Fedora, Irma la dolce, Uno, Due, Tre!), definiti anche “volgari”, più barocchi nel lavorare sugli stessi temi, ma comunque gradissimi.

L’appartamento è un film incredibile per l’equilibrio perfetto che c’è tra il peso e la tristezza del dramma e la commedia romantica. Il luogo è la città, New York, e il film racconta la solitudine metropolitana anche in quello che è il periodo di massimo splendore sentimentale della città, cioè il periodo natalizio. Un esempio di questo miracolo di equilibrio tra dolcezza e tristezza è proprio ad esempio la scena della vigilia di Natale nel bar con la prostituta. Nella seconda metà degli anni 50 la commedia americana ha iniziato ad abbandonare la pulizia morale e visiva del cinema di Lubitsch, Cukor e Minnelli per iniziare ad aprirsi verso il realismo metropolitano grazie a film come Marty vita di un timido (di Delbert Mann del 1955) e al contributo di sceneggiatori come Paddy Chayefsky. Wilder di sicuro non era estraneo a questi cambiamenti, ma li unisce ad una costruzione narrativa, scenografica ed emotivamente sentimentale degna veramente del miglior Lubitsch. Alla miracolosa riuscita del film, oltre alla sceneggiatura scritta da Wilder assieme al fido collaboratore  I.A.L Diamond, contribuiscono non poco gli attori: Fred McMurray (attore caro al regista) nel ruolo del principale e soprattutto la coppia Shirley McLaineJack Lemmon, entrambi all’epoca attori sulla cresta dell’onda. La McLaine (scoperta da Hitchcok) alla prima collaborazione con Wilder (che poi la userà ancora nel già citato Irma la dolce), è perfetta, con un volto incredibile sempre ingenuo e malizioso allo stesso tempo, gioiosa e malinconica; mentre Jack Lemmon, che aveva nella filmografia solo ruoli farseschi (tra cui A qualcuno piace caldo), con L’appartamento traghetta la sua carriera verso ruoli più drammatici, adeguando il suo volto di maschera a storie più intime (come il successivo I giorni del vino e delle rose di Blake Edwards). Entrambi gli attori furono candidati all’Oscar ma nessuno dei due vinse, nonoste il film si fosse già conquistato cinque premi (miglior film, regia, sceneggiatura, montaggio, scenografia).

Insomma: un capolavoro vero, una delle migliori commedie mai fatte. Uno di quei rari film che hanno la grandezza di far ridere e piangere assieme. Imperdibile, veramente.

Riccardo Copreni