L'amore bugiardo

L'amore bugiardo

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La scomparsa improvvisa della moglie trascina un uomo in un vortice di dubbi e terribili sospetti.

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Grande film di regia, montaggio e cast, quest'ultimo purtroppo penalizzato da un doppiaggio troppo espressivo e fuorviante. È l'ultimo film di David Fincher e la conferma di un grande talento dal punto di vista tecnico e visivo. Specializzato in thriller (il film che lo lanciò nel 1995 fu Seven, thriller malsano, ancora oggi modello per tanti film di genere), Fincher negli anni ha sviluppato uno stile e, soprattutto, un discorso personale e pessimista sul destino della persona raccontando con toni sempre più cupi vicende analoghe: detective che non si raccapezzano davanti a casi oscuri e che devono convivere in solitudine con i propri fantasmi (Zodiac); geni assoluti ma capaci di rapportarsi con la realtà soltanto in modo distorto (The Social Network); antieroi soli in lotta contro un vortice nero e oscuro che pare inghiottirli (Millennium). Paranoia, sensazione di claustrofobia, solitudine estrema, rapporto distorto, quasi psicotico con la realtà, personaggi dominati dall'ossessione: Fincher è un regista difficile che spesso mette come protagonisti dei propri film gente tutt'altro che integerrima o solare con cui il pubblico fatica a impattarsi, affascinato e al tempo stesso respinto dai tanti ambigui protagonisti dei vari The Game, Fight Club oltre ai film già citati. ,È fatto della stessa pasta L'amore bugiardo, brutto titolo (l'originale è semplicemente Gone Girl, trasposizione del romanzo omonimo di Gillian Flynn) una storia che solo apparentemente ripropone il classico schema thriller della donna scomparsa. Un uomo, Nick (Ben Affleck, molto convincente) si trova catapultato da un giorno all'altro in un incubo. Sua moglie, Amy (Rosamund Pike, perfetta), scrittrice celebre, è scomparsa ma tutto nella casa sembra indicare una messinscena: tracce di sangue ripulite, una scena del crimine troppo perfetta. Se ne accorgono i due detective che si sono fatti carico della vicenda: sarà solo l'inizio di una lunga serie di accadimenti che mineranno le certezze di Nick, e con lui anche dello spettatore. Fincher guarda all'inizio della sua carriera e proprio a quel Seven che fu così importante per la sua filmografia: tutta la prima parte, con Affleck protagonista sempre più smarrito di fronte ai fatti, ripropone lo schema di una detective story molto realistica con una detective (la brava Kim Dickens) che, prima di elaborare qualsiasi teoria, scandaglia l'abitazione del protagonista in cerca di una prova schiacciante. E proprio come in Seven, l'indagine porta sempre più in basso, vero quello che è un vero e proprio inferno, il cui fondo nero è disseminato di indizi sempre più inquietanti. Complesso da un punto di vista narrativo, con continui flashback sul passato felice della coppia, il film è letteralmente spaccato in due con una prima parte, immersa nei sospetti e negli indizi, con protagonista un Affleck su cui lo spettatore rimarrà spiazzato dai continui cambi di prospettiva: Nick è colpevole (perché certe strane reazioni, quasi passive, davanti alle forze dell'ordine?) o vittima di ingiusti sospetti? È la parte migliore di un film molto duro, che non fa sconti a nessuno e che gioca, in modo anche un po' sadico, con le certezze dello spettatore che farà fatica a ricostruire una verità sempre più fragile. Poi, con un colpo di scena notevole da non svelare, avviene un cambio radicale del punto di vista in una seconda parte ancora più inquietante e cruenta, dove pian piano le verità nascoste verranno a galla. ,Non è un film perfetto L'amore bugiardo, con alcuni personaggi collaterali (i genitori di lei, per esempio) poco strutturati e addirittura persi di vista in una seconda parte in cui non mancano incongruenze, una scena assai cruenta e forse evitabile, alcune svolte un po' frettolose. Errori che pesano sulla coerenza interna dell'opera ma che passano in secondo piano davanti ai tanti pregi del film: una regia e un montaggio perfetti che per due ore e mezza tengono incollato lo spettatore alla vicenda, una grande adesione degli interpreti alla vicenda, tanti cambi di passo e di registro, persino di genere, quando con l'entrata in scena del meticoloso avvocato Bolt (interpretato da un altro attore in parte, Tyler Perry), il film prende persino la strada di un serrato legal thriller anche se l'ispirazione maggiore è quella altissima di Hitchcock (di cui si riprende tanto sia da La donna che visse due volte, sia dall'inevitabile Psyco). E ancora, tanti spunti che vanno ben oltre la vicenda della scomparsa di Amy: un realismo anche doloroso e sincero nel raccontare un matrimonio in crisi e un discorso ampio e non banale sulla violenza che segna gran parte dei personaggi in gioco. Una violenza verbale e psicologica che sembra essere, secondo Fincher, il fondamento del mondo di oggi: dalla vita di coppia, segnata da tante ferite che lasciano il segno, alla spettacolarizzazione del dramma e della morte in cui sguazzano senza ritegno gli squali dei media (al servizio di un interesse personale più che della verità). Film pessimista e cupo, sin troppo duro in alcune sequenze di sangue che, almeno per chi scrive, appaiono gratuite ed evitabili ma anche perfetto dal punto di vista visivo e nella resa di atmosfere kafkiane cariche di inquietudini e nella resa psicologica di due protagonisti che ti si attaccano come una seconda pelle: tragici e disperati, eppure anche loro, forse un tempo lontano, in lotta insieme per una felicità che sembrava possibile.,Simone Fortunato,

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