L’amico di tutti

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La vita meravigliosa di Pietro Coccia, fotografo amato dall’intero mondo del cinema

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Chi ha letto nei giorni scorsi le pagine degli spettacoli nei quotidiani o vari siti Internet di cinema si sarà forse imbattuto in una strana notizia. Chi sarà mai – si sarà chiesto qualcuno – questo Pietro Coccia di cui tanti piangono l’improvvisa dipartita (a portarselo via, domenica 2 giugno, probabilmente un malore conseguente al diabete di cui soffriva da qualche tempo)? Possibile che un semplice fotografo sia così celebrato, in mortem? Senza parlare di bacheche e profili social che pullulavano di messaggi di vip e addetti ai lavori accomunati dall’urgenza di manifestare il proprio dolore, raccontare aneddoti, far conoscere a tutti chi era il defunto. In questi casi di solito lo si fa per dire «lo conoscevo» e magari mettersi in mostra (il rischio c’è sempre, è innegabile). Stavolta no, era evidente che il desiderio di tutti era solo mettere in luce lui.

Perché è vero: il suo nome non dice nulla ai lettori, anche ai più appassionati della Settima arte; ma chi è dentro il mondo del cinema, in qualsiasi ambito professionale, Pietro lo conosceva bene, eccome. E più lo conosceva, più ne apprezzava le qualità umane: la disponibilità e la gentilezza, l’umiltà e la generosità. La bontà, se si può usare un termine che di solito ci si vergogna di usare. E quindi, cari lettori, permetteteci di raccontarvi chi era Pietro: in prima persona, usando quel pronome “io” che giornalisticamente è da evitare e che in genere è concesso solo ai più grandi. Ma una volta ogni tanto si può fare un’eccezione, se l’occasione lo richiede.

Innanzi tutto, qualche scarno cenno biografico, perché la persona era schiva nel parlare di sé (alcune informazioni le abbiamo scoperte solo ora). Pietro Coccia era nato a Roma il 19 luglio 1962: il padre, Michele Coccia, era un famoso latinista; la madre, Emilia La Rosa, allieva di Giuseppe Ungaretti. Pietro era uno dei 4 figli.

Pietro Coccia sul tappeto rosso ai piedi della celebre scalinata del Palais des festivals di Cannes. A ogni appuntamento cinematografico, il fotografo romano c’era sempre a immortalare divi e addetti ai lavori

Coccia (ma sembra strano chiamarlo così: lui era, è “Pietro Coccia”) era una presenza familiare per chi lavora nel cinema e frequentava conferenze stampa, festival, incontri professionali. Sempre in prima fila con i suoi borsoni a tracolla e le sue macchine fotografiche, pronto a passare durante un festival da un appuntamento all’altro nel giro di pochi minuti, caracollando con il suo incedere apparentemente lento ma sempre arrivando puntuale dove serviva. E a volte bruciando tutti o cogliendo situazioni che solo lui scopriva: come il suo ultimo scoop, la foto a Cannes di Leonardo Di Caprio seduto accanto, deferente e rispettoso, a Lina Wertmüller, come un giovane fan corso a omaggiare un suo mito.

Io ho avuto occasione di conoscerlo quasi vent’anni fa, dopo aver osservato per qualche tempo a distanza quel fotografo alto e grosso, dai modi felpati ma anche un po’ goffi, che caracollava di qui e di là senza posa portando un peso corporeo debordante (a parte rari periodi di dieta più o meno ferrea), con un po’ di quella diffidenza tipica del milanese fin troppo riservato quando scende a Roma. A rompere il ghiaccio, ovviamente, fu lui che chiese se il giornale che dirigevo, Box Office, potesse essere interessato alle sue fotografie: immagini da eventi pubblici, primi piani di professionisti del cinema e così via. Noi fino a quel momento eravamo totalmente autarchici da quel punto di vista: in regime di totale economia, si chiedevano tutte le foto a uffici stampa e aziende; scelta anche logica per un periodico non indirizzato alle edicole e al pubblico, ma inviato per posta agli operatori del settore cinematografico. Un giornale piccolo (soprattutto dal punto di vista dei costi) e importante al tempo stesso. Alla fine ci decidemmo di dare un tocco di immediatezza ai fatti raccontati (le foto di Pietro facevano sempre pensare che di un evento non solo parlavamo, ma “c’eravamo”): da qualche evento romano per noi difficilmente accessibile, poi dai festival e dalle manifestazioni organizzate dalle associazioni di categoria, quindi dai numerosi convegni organizzati dal nostro giornale. Una collaborazione non esclusiva –  a volte ci siamo appoggiati anche ad altri – che portò il sottoscritto e chi lavorava con me in redazione a conoscere meglio Pietro. Per alcuni, un rapporto sempre più stretto, affettuoso, non tanto di stima (c’era anche quella) ma di amicizia fuori dagli schemi. Di schematico e regolare, nella sua vita, non c’era molto: dall’alimentazione disordinata all’abbigliamento spesso obbligatoriamente elegante (gli smoking da serata ufficiale, in realtà recuperati in modo genialmente economico da chi vende abiti per camerieri: uno dei suoi tanti aneddoti irresistibili) ma ancora più spesso sempre con qualcosa fuori posto; gli orari folli e i viaggi continui da una parte all’altra d’Italia e del mondo; i biglietti aerei comprati a prezzi stracciati anche un anno prima di un festival, in un’organizzazione personale piena di metodo nel suo apparente caos. Qualcosa su cui poteva ironizzare un gruppo di “precisini” settentrionali, fino a quando non era scattato un affetto sorprendente da cui – come sempre nelle relazioni umane – sono nati gesti reciproci di attenzione, sul lavoro e non, di gratuita generosità. Delle nostre attenzioni (Pietro non sapeva badare molto ai suoi interessi, bisognava dargli una mano a ricostruire quanto gli dovevamo perché potesse farsi pagare), lui ci mostrava sempre gratitudine. Ai suoi gesti (i suoi magnifici cesti natalizi sono solo un esempio), noi ricambiavamo come riuscivamo. Sicuramente, la sua amicizia era preziosa per tutti quelli che hanno frequentato a lungo quella redazione.

Ma Pietro era così con tutti, a tutti chiedeva un rapporto personale: una anomalia, in un mondo affascinante ma spesso molto chiuso. Per me, in particolare, era spesso un’ancora di salvezza e di normalità in serate “mondane” cui dovevo presenziare e da cui volevo scappare per l’imbarazzo… Pietro doveva essere disponibile e aperto anche per motivi professionali, ovvio, per proporre a destra e a manca le sue foto in periodi che erano già di crisi dall’inizio del millennio, prima nelle agenzie fotografiche e poi in seguito nell’editoria. Ma quei suoi modi garbati e un po’ ansiosi, divertenti e ironici ma anche ricchi di attenzioni e complimenti apparentemente altisonanti ma sempre sinceri («Direttore!» mi chiamava ad alta voce a ogni incontro, in un modo che un po’ mi imbarazzava), finivano per conquistare chiunque. Attenzioni e disponibilità professionali, a lavorare anche di notte per stampare su pellicola prima e poi per riversare centinaia se non migliaia di foto digitali (non lesinava sugli scatti, a mitragliatrice…) se serviva a facilitare il lavoro altrui; le sue esigenze anche fisiologiche (ma quanto poco dormiva?) venivano sempre dopo. E poi le tantissime foto personali scattate e regalate ai suoi “contatti”, ad ogni occasione: che fossero le foto di gruppo di colleghi in trasferta – momenti di semplicità e buonumore nel caos lavorativo – o quelle molto personali. Quando 15 anni fa mi vennero a trovare a Venezia, alla fine della Mostra, mia moglie Maria Eva con il nostro primogenito allora di soli 6 mesi, Pietro fu contentissimo di conoscerli e ovviamente ci propose una foto di famiglia. Una foto a me, a noi, molto cara: la rivedo adesso e mi accorgo che tutti e tre siamo bellissimi e sorridenti come poche volte; anzi, il nostro Francesco non aveva mai sorriso prima di allora così tanto in fotografia. Forse quel buffo signore aveva conquistato anche lui.

E poi Pietro conosceva tutti e sapeva tutto. Non un pettegolo, ma proprio una persona informata e anche discreta, ma che quando aveva una notizia, una dritta o voci rilevanti le “regalava” con gioia, in un mondo dove tutti fanno pesare le informazioni o i favori. Un esempio: anni fa a Cannes, una telefonata dall’albergo dove Nanni Moretti era insolitamente tranquillo e disponibile: «Corri Antonio! Moretti è qui con Jasmine Trinca (protagonista del suo film Il caimano, ndr), si lascia fotografare», e così facemmo mettendo entrambi in posa mentre tenevano in vista la copertina del nuovo numero del giornale su cui appariva il noto regista da noi intervistato in vista del festival…  Fu un momento simpatico, inconsueto (almeno per chi scrive), anche emozionante per fare qualche foto, scambiare qualche battuta, farsi reciproci saluti e complimenti con un “totem” del cinema nazionale. Tutto merito della generosità di Pietro (non è che con quella foto acquistata diventasse ricco…), e anche della sua simpatica sfrontatezza: io non avrei mai osato chiedere tanto a un regista in genere scontroso con la stampa (solo chi conosce le idiosincrasie morettiane può immaginare quanto fosse poco scontato tutto ciò) e oltre tutto da me molto amato negli anni della formazione cinefila, tra liceo e università.

Negli ultimi anni, lasciata nel 2016 la direzione di Box Office, personalmente ho avuto poche occasioni di collaborazione professionale con Pietro; ma quando ci si incontrava era sempre una festa. Il rapporto si era fatto via via più personale con i dolori che la vita porta: la scomparsa dei miei genitori con i suoi commossi messaggi di vicinanza, quella di suo padre la cui notizia ci raggiunse insieme di ritorno, in treno, da una manifestazione professionale che si svolge ogni anno a Mantova. Quel “caso” lo aveva colpito molto, tanto che nelle settimane dopo non finiva di ringraziarmi per essere stato lì con lui. Gli appariva come un segno che ci legava ancora di più, anche se ci si vedeva poco. Non è da tutti leggere, dentro un fatto doloroso, qualcosa di simile.

Una puntata alle Piramidi, in occasione del Cairo Film Festival

Mi accorgo che tutti questi confusi ricordi e sentimenti – e tante altre cose potrei scrivere – non siano originali, anzi ben altro potrebbero scrivere e ricordare altri che hanno avuto molta più consuetudine con lui. Pietro poi conosceva un numero spropositato di persone, e con tutti aveva attenzioni, gesti d’affetto e generosità, a cominciare da attori e attrici cui regalava attimi di serena sdrammatizzazione nella tensione di un tappeto rosso o di una presentazione. E tantissimi gli volevano bene (anche gli altri fotografi, con cui non c’era alcuna competizione: alcune sue meravigliose foto che si trovano in Rete, con le sue espressioni impassibili e autoironiche, sono scatti dei suoi amici-colleghi), la sua ricchezza era questa: in questo senso, ricordando il finale di un bellissimo film che ci ricorda come la vita sia piena di problemi ma sempre meravigliosa, mi viene da salutarlo come «l’uomo più ricco della città», di quella cittadella variopinta e un po’ pazza che è il mondo del cinema. Non mancheranno – ne sono certo, e lo spero – occasioni per ricordarlo e celebrarlo come merita (premi a suo nome, libri di raccolte di sue foto, magari un documentario come tanti se ne realizzano su persone che hanno lavorato dietro le quinte del Cinema). In ogni caso, io sarò sempre grato di aver conosciuto quel grande uomo che è stato Pietro Coccia. E siccome, al pari dei suoi colleghi, Pietro usciva spesso – silenzioso, in punta di piedi – da una serata dopo aver scattato le sue fotografie agli ospiti sul palco quando calavano le luci e iniziava lo spettacolo (per esempio la proiezione di un film a un festival o a un’anteprima a inviti), perché il suo posto era nell’ombra e dietro le quinte, mi piace pensare che adesso la scena sia tutta per lui. E che Chi l’ha chiamato – per noi, umanamente, anzitempo – alla ribalta celeste adesso gli stia regalando il vero spettacolo di una bellezza che non ha più fine. Nel luogo dove poter riposare, finalmente, da tanto correre e tanto affannarsi, in una gioia infinita.

Antonio Autieri

 

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...