L’albero dei frutti selvatici

L’albero dei frutti selvatici

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Un ragazzo che sogna di diventare scrittore si dibatte tra le sue aspirazioni, la paura di fallire e le tensioni con il padre e la famiglia

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Sinan è appassionato di libri. Li legge e vorrebbe scrivere e pubblicarne uno suo. Ma per il figlio di un modesto insegnante (con il padre che ha il vizio del gioco ed è spesso pieno di debiti e la madre che controlla il marito), non è un sogno così facile da realizzare. Tornato a casa dopo la laurea nella città dove abitano i genitori e la sorella, in Anatolia, il ragazzo cerca occasioni per capire se può farcela, aiuti, mezzi economici (parlando con il sindaco, con un imprenditore che sostiene la cultura, con uno scrittore). Ma i debiti e le “ossessioni” del padre (che sta sempre più spesso in campagna, dove vuole riattivare un vecchio pozzo tra le ironie generali) sembrano prendere il sopravvento. Le alternative: andare a fare l’insegnante, superando un concorso, o se va male andare a fare nel frattempo il servizio militare.
L’albero dei frutti selvatici, nuovo, lungo film di Nuri Bilge Ceylan, per l’ennesima volta in concorso a Cannes (dove ha vinto in passato vari premi, tra cui la Palma d’oro per Il regno d’inverno nel 2014), è stato accolto dai consueti consensi critici e dei cinefili più esigenti (e sarà il candidato turco all’ Oscar in lingua straniera). Fluviale come altri suoi film (oltre tre ore, ma il primo montaggio ne prevedeva cinque…), ma più coinvolgente grazie a caratteri semplici ma ben scolpiti e una serie di temi e assi portanti: il rapporto padre-figlio, quello con le proprie radici (anche se rinnegate) e con la natura, con le istituzioni politiche e religiose, la voglia di fuga, la “dialettica” tra aspirazioni/sogni e realtà, tra città e campagna, l’avidità generale e l’accanimento per i soldi… Il protagonista è un ragazzone incupito e sarcastico, a volte indisponente (come quando insegue e tormenta uno scrittore affermato, fino a fargli perdere le staffe con i suoi modi invadenti e vittimistici), il padre è ancora più arguto e ironico che nasconde più di una debolezza ma anche un gran cuore. Anche altri personaggi ci colpiscono, dalla madre a una ragazza amica d’infanzia con cui Sinan scambia poche parole in un dialogo teso e molto intenso.
Non mancano i momenti molto sinceri e anche toccanti, in particolare nel rapporto con il padre che sconta il (pre)giudizio del figlio ma non si smonta mai per questo motivo. Il limite di Ceylan è il solito, fare un cinema così rarefatto – con lunghe e ricercatissime sequenze e studiatissimi movimenti di macchina, con dialoghi che durano anche venti minuti, con episodi anche minori dilatati e con parecchie scene oniriche – che rischiano di estenuare uno spettatore non professionale o non “tifoso”. O, meglio, di non arrivare proprio a quel tipo di pubblico, anche per la durata dei suoi ultimi film. Ma è un peccato, perché rispetto a qualche anno fa l’autore turco sta rendendo più interessanti e accessibili i suoi film, “controllando” maggiormente lo stile e riducendo i vezzi estetici. E infatti, anche per il tipo di storia che viene raccontata, alcuni momenti (la dedica sul libro del figlio alla madre, il ritaglio di giornale che conserva il padre) e lo stesso finale risultano significativi, a stemperare un quadro complessivo scettico e pessimistico sull’uomo e sul suo Paese arretrato (da cui i giovani vogliono scappare) grazie a un padre e un figlio che si ritrovano e iniziano a capirsi. Ma pur nella potenza dell’apologo – che ce lo fa consigliare, ma con riserva: ovvero solo a uno spettatore “agguerrito” di fronte a questo tipo di film – ci sembri manchi ancora qualcosa, non solo sul piano della sintesi ma anche di un maggior nerbo narrativo. Speriamo di ritrovare Ceylan in questo percorso con opere che, mantenendo i pregi formali, continuino e portino a compimento il tragitto che lo porti a un pubblico più ampio.

Antonio Autieri