L’affido – Una storia di violenza

L’affido – Una storia di violenza

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La separazione di due coniugi, vissuta negativamente dal marito violento, si traduce in una battaglia per il figlio della coppia

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Dopo essersi separati, Miriam e Antoine si ritrovano davanti al giudice per discutere dell’affido congiunto del figlio Julien. La donna si dice totalmente contraria e descrive il marito come un uomo pericoloso e violento. Antoine si difende come meglio può, provando a convincere il giudice a perorare la sua causa di padre disprezzato e messo contro i propri figli da una madre manipolatrice e animata solo da astio e risentimento. Sebbene non sia semplice capire dove risieda la verità, i depositari della giustizia propendono per l’affido congiunto, rendendo così il giovanissimo Julien ostaggio e vittima di una relazione difficile e sempre più conflittuale.

È un esordio alla regia di gran respiro Jusqua la garde dell’attore Xavier Legrand (che esce in Italia con il titolo L’affido – Una storia di gran violenza), ultimo film in concorso presentato durante la Mostra di Venezia 2017 e premiato con il Leone d’Argento per la miglior regia e il Leone del Futuro per la migliore opera prima. Classe 1979, Legrand indaga il delicato terreno della separazione e ci pone nella condizione di dover capire, fin dalle primissime battute del film all’interno dell’aula di tribunale, per chi parteggiare. Proprio come i giudici alle prese con una scelta complicata, siamo chiamati a decidere se concedere o meno una possibilità ad Antoine, ben consapevoli che le conseguenze di ogni decisione peseranno soprattutto su Julien: impossibilitato a scegliere perché minorenne e costretto a dover trascorrere con quest’uomo lunghi periodi del suo tempo.

Ed è proprio Julien, interpretato da Thomas Gioria con un rigore e una credibilità da grande attore, a caricarsi sulle esili spalle il peso di un film di notevole intensità drammatica che si apre come un legal movie per sfociare ben presto nel dramma familiare e raggiungere vette di grande impatto visivo ed emotivo nel finale, quando Legrand cambia ancora registro e vira persino verso il thriller. Il film, attento a non scivolare nel facile pietismo o nei luoghi comuni, tiene ben agganciato lo spettatore, sempre più coinvolto nella vicenda e determinato a scoprire chi tra i due genitori stia dicendo la verit°; o mentendo meno.

L’affido affronta con onestà una tematica urgente e attuale come quella della violenza su donne e figli, mettendo in luce il netto contrasto tra l’esigenza di bene sincero dei ragazzi e quella di possesso mascherato da amore dei più grandi. A partire dall’imponente presenza di Denis Ménochet nel ruolo del padre/orco e da quella fragile di Léa Drucker nei panni della madre, il regista francese dirige un bel gruppo di ottimi attori e propende per una regia che non si fa mai invadente, ma è ben funzionale a una narrazione misurata dove a parlare sono le cicatrici sui volti, i silenzi, i timori, le incertezze e le lacrime dei vari protagonisti. Il quadro, poco per volta, si fa così chiaro e completo. Il film di Legrand non spicca di certo per originalità ne pretende di essere un capolavoro. Ma è proprio questo suo voler essere misurato a far sì che il racconto riesca a centrare il bersaglio e a emozionare molto più di tanti film d’autore poco sostanziosi.

Marianna Ninni

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