La vita possibile

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Una donna, picchiata dal marito, scappa di casa con il figlio e si rifugia in un’altra città da un’amica che lo ospita

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Parte subito in maniera deciso il film di Ivano De Matteo, come sua abitudine. Valerio, 13 anni, entra in casa e vede il padre insultare e picchiare la moglie Anna, che subito dopo prende poche cose e il figlio e lascia Roma per rifugiarsi a Torino da Carla, un’amica attrice. Il matrimonio era ormai minato da tempo dalle violenze dell’uomo (denunciato più volte), e Anna decide di non far sapere al marito dove si trova. Nella piccola casa di Carla e in quel nuovo ambiente cercano di ricominciare una nuova vita. Ma per Valerio è difficile, tra coetanei con cui non lega e un mondo pieno di attrattive e pericoli, dall’amicizia impossibile con una giovane prostituta dell’Est alla simpatia per Mathieu, ristoratore francese ed ex calciatore che tutti guardano con sospetto per aver causato un incidente mortale. E anche per Anna tra difficoltà economiche, uomini che la tampinano e un figlio che soffre e la tratta male, la vita sembra una sofferenza continua.

Il quinto film di De Matteo (suoi La bella gente, Gli equilibristi, per noi il migliore, e I nostri ragazzi) ha come sempre una forte presa sulla vita vera. Tutti i personaggi sono ben descritti e caratterizzati dagli attori, in particolare Valerio (un eccellente Andrea Pittorino, che a 14 anni è già un veterano di cinema e tv, capace di rendere gli imbarazzi e le tensioni di un adolescente di fronte a una prova molto seria) e l’attrice teatrale resa con la consueta naturalezza da Valeria Golino; un personaggio che peraltro, purtroppo, nel corso del film sembra perdere man mano importanza. Mentre Margherita Buy si muove con la consueta classe, ma incide meno del dovuto in un film che dovrebbe essere imperniato sul suo dramma. Uno dei problemi del film, incentrato su un “tema” forte e di attualità come la violenza sulle donne, è che stavolta si accentua un possibile limite – altre volte tenuto maggiormente a bada – dei film del regista romano, ovvero evidenziare il dilemma di fondo (che è sempre: cosa farebbe lo spettatore al posto del protagonista? E in questo caso: è giusto chiudere per sempre la porta a un uomo violento o il figlio deve comunque poter avere un padre?) a scapito della pulizia e logica narrativa. Se il marito e padre non si palesa mai (in fondo Anna e Valerio non sono scappati all’estero: è strana questa fuga e questo nascondiglio) se non per lettere che arrivano attraverso il suocero, ci sono squilibri interni alla narrazione (i pesi non ben distribuiti tra le varie sottostorie e personaggi) e con troppi momenti di puro raccordo; come le sequenze di pura contemplazione malinconica dei personaggi, che appesantiscono lo scorrere del film, e un paio di scene che fanno storcere il naso anche a uno spettatore ben predisposto (proprio quella iniziale, che dovrebbe essere più convincente, e poi la visione terribile della prostituta amica di Valerio con un cliente).

Ma ci sono anche non pochi pregi in un film che, tenacemente, cerca una prospettiva per i suoi personaggi e riesce a restituire la vita con i dettagli e gli ambienti. Nonché di offrire sprazzi di umanità vera, diversa, che possono con un piccolo gesto o attenzione contribuire a cambiare la realtà: gli interventi di Mathieu per aiutare Anna angosciata perché non trova il figlio o in difficoltà con uno spasimante aggressivo; il rapporto tra Valerio e Mathieu, che si offre – a lui e alla madre – come un possibile amico; la prostituta Larissa che, pur infastidita da Valerio, gli si affeziona; la donna che assume la madre in difficoltà proprio perché ha un figlio grande (al contrario di quanto farebbero tanti altri datori di lavoro) «perché lei ha un motivo per lavorare sodo». De Matteo riesce a far appassionare agli eventi e a far trepidare per i personaggi che racconta, con un approccio da narratore più che da autore; sicuramente un regista che si distacca nettamente nel panorama italiano per il taglio “popolare” di racconti pure molto drammatici e che non fanno sconti al pubblico. Anche prendendosi qualche rischio, specie in un finale che – pur brusco – consegna allo spettatore un respiro di speranza semplice ma, appunto, possibile, affidata a un’ipotesi di amicizia che sboccia tra ragazzi sulle note di una canzone che afferma la positività della vita.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...