La versione di Barney

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Barney Panovski, giunto alla vecchiaia e con un principio di Alzheimer, ripercorre la sua vita: gli errori, le amicizie, i tre matrimoni, l’amore testardo per Miriam…

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Il romanzo dell’ebreo canadese Mordechai Richler è stato un fenomeno letterario, ha generato imitatori, prodotto modi di dire, ma ancor di più suscitato le reazioni di chi nello sguardo sul mondo (e su se stesso) ironico, a volte addirittura maligno, ma sempre originale del protagonista eponimo ha riconosciuto una benedetta risposta al politically correct oggi così diffuso.,La pellicola che ne è tratta, pur garantendo nei tratti salienti della trama una sostanziale fedeltà al suo originale e avendo dalla sua ottimi interpreti (anche se il pur bravo Giamatti stempera con la sua mollezza da eterno perdente la carica coriacea di Barney), perde per strada proprio questo timbro inconfondibile e rischia per molti versi di apparire una versione buonista e addomesticata del libro.,Non aiuta da questo punto di vista la regia di mestiere ma mai geniale di Lewis (che rischia addirittura il didascalismo nel finale) che trasforma la mirabile “versione” di Barney, scorretta e (in)correggibile, ma mai assolutoria, a volte minata dai vuoti di memoria della malattia, in una biografia per flashback in cui è proprio la voce del protagonista a riuscire annacquata.,Al confronto più interessanti e memorabili appaiono i comprimari, a partire dall’amico tossico, immorale e geniale, insieme alla bella Miriam, che rappresenta il rapporto più definitivo della vita a volte confusa e disordinata di Barney, produttore televisivo con poche pretese (la sua soap opera in onda da 30 anni ha per protagonisti un’infermiera sexy bulgara un po’ stagionata e un attempato poliziotto a cavallo), facile alla bottiglia, ma alla fin fine con un grande cuore.,L’amore per Miriam (colpo di fulmine improvviso quanto definitivo sfortunatamente capitato proprio al suo secondo matrimonio), perseguito con testardaggine pari alla sua imbranataggine, l’affetto e la fiducia per le doti di narratore dell’autodistruttivo Boogie, il legame con il padre ex poliziotto beone e poco adatto alle situazioni mondane, sono i tre punti fermi di un uomo, che ha davvero molto da farsi perdonare ma che di sicuro molto ha amato.,Manca alla messa in scena, oltre ad un po’ di sana “imperfezione” che liberi dal fastidio della trasposizione calligrafica e troppo reverente, anche il vero sapore del tempo che passa: l’azione si svolge tra la Roma del 1974, dove il giovane Barney (ma Giamatti appare lì sconsolatamente più vecchio dei suoi compari) si fa incastrare dalla sua prima moglie, alla Montreal del 2010, dove si chiude la sua parabola con alcuni passaggi intermedi.,A chi non abbia il supporto di conoscenze pregresse o della lettura del libro, rischiano di sfuggire anche molte delle sottigliezze, delle contraddizioni e delle piccole assurdità legate alla cultura ebraica nord-americana di cui il personaggio è rappresentante. ,La vita, come a un certo punto ricorda Miriam al protagonista, è fatta, oltre che di grandi momenti e azioni plateali, di piccole cose: ed è sulle piccole cose che si gioca la solidità di un rapporto, la felicità, la fedeltà a se stessi e agli altri. Per fare di questo film un capolavoro all’altezza dell’originale, forse, non mancano i grandi momenti, ma proprio tutte queste piccole cose che formano il tessuto di una vita vissuta intensamente quanto di un racconto ben fatto.,Laura Cotta Ramosino

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