La trattativa

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La “trattativa” Stato-Mafia, reinterpretata da un gruppo di attori in stile docu-fiction

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Dopo Viva Zapatero e Draquila, Sabina Guzzanti si cimenta nel suo film più complesso. La trattativa è quella, al momento presunta, tra Stato e Mafia all’inizio degli anni 90 del secolo scorso, quando Cosa Nostra voleva porsi allo Stato come interlocutore politico e stava mettendo in ginocchio l’Italia con un’intensa attività sfragistica di cui fecero le spese Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (1992), cui seguirono le bombe dell’anno dopo a Roma, Firenze e Milano. Un periodo tragico del nostro paese, rievocato dalla Guzzanti con un “gruppo di lavoratori dello spettacolo”, come lei stessa dichiara all’inizio in un teatro di posa richiamando – le parole sono le stesse – un lontano filmato del 1970 in cui Gianmaria Volontè, Renzo Montagnani e altri attori parodiavano le tesi della magistratura sulla morte dell’anarchico Tullio Pinelli (con impressionanti toni accusatori contro il povero Luigi Calabresi: lo trovate su youtube, mette i brividi). Qui si parla, oltre che degli attentati a Falcone e Borsellino, dell’omicidio di Salvo Lima e dei progetti stragisti non andati in porto, dei processi e del 41 bis, dei blitz nei covi e degli arresti eccellenti ma anche di errori clamorosi delle forze dell’ordine e le manovre dei servizi segreti. Si citano Vito Ciancimino e il figlio Massimo, i boss Provenzano e Riina, i pentiti veri e quelli finti, i ministri Scotti e Mancino, Martelli e Conso, i presidenti Scalfaro e Napoletano, il colonnello Mori e il colonnello Riccio, il giudice Caselli e Marcello Dell’Utri, con i sospetti sulla nascita di Forza Italia e quindi sull’ingresso in politica di Berlusconi: il nuovo soggetto (dopo un incredibile progetto di una Lega Sud gestita direttamente dalla Mafia) di cui fidarsi e da cui farsi rappresentare.,Il film lavora su diversi piani. Il primo è quello della ricostruzione di fatti di quegli anni, con attori che interpretano più ruoli (la stessa Guzzanti è una professoressa di teologia che interroga in un esame in carcere il pentito Spatuzza, una reporter, Berlusconi) e che vediamo scopertamente all’opera: si truccano, dichiarano a volte la parte che faranno, recitano in set ricostruiti che danno un tono a volte teatrale, più spesso di docufiction televisiva al tutto; ma tutto sommato funziona, in un meccanismo straniante “brechtiano” intrigante e a tratti comico, più spesso inquietante soprattutto quando si svelano dettagli poco noti (inquietante la storia del mafioso che non solo fa il pentito, spalleggiato dal colonnello Riccio, ma rimane all’interno da infiltrato in una cosca per passare informazioni di valore inestimabile), come i tanti “sfondoni” di forze dell’ordine colluse. Meno quando torna l’eterna maschera di Berlusconi (quando si parla dello “stalliere” Vittorio Mangano e del ruolo di Dell’Utri), che sembra tratto di peso da uno sketch tv.,Poi c’è il piano delle ricostruzioni giornalistiche (con allusioni anche a chi è morto, come il presidente Scalfaro e il capo della Polizia Parisi) e interviste a magistrati e politici che hanno o hanno avuto un ruolo (e Nicola Mancino, ex presidente del Senato e all’epoca ministro dell’Interno attualmente indagato con pesanti accuse, tra silenzi e risposte imbarazzate non fa una bella figura), con pubblici ministeri che forse non avrebbero dovuto prestarsi, visto il ruolo in un processo in corso così delicato. Infine, c’è il fil rouge delle interpretazioni della voce fuoricampo, fortemente a tesi. che nel finale diventa un durissimo e lungo j’accuse all’intera politica italiana… Tre piani che mal si amalgamano, e che compromettono l’operazione.,Perché, se è da apprezzare il lavoro di scavo e di connessione tra tanti elementi sparsi, invece il tono “vendicatore” e le accuse generalizzate – con le immagini di sfondo che mostrano presidenti, ministri, deputati, senatori in attività negli ultimi anni – non fanno un buon servigio alla verità. Ha voglia l’autrice ad affermare che ogni parola del film è tratta da un atto documentato, incontestabile (e purtroppo, a Venezia 2014 dove è stato presentato in concorso, molti colleghi si sono “bevuti” tale affermazione riportandola senza alcun vaglio critico), se poi ai “fatti”, peraltro ancora da dimostrare in sede processuale, si sommano affermazioni personalissime e illazioni discutibili, come quello che ci sarebbe scritto nella famosa agenda rossa di Borsellino mai ritrovata dopo l’attentato di via D’Amelio. Sia chiaro: sono davvero troppi i misteri inquietanti di quegli anni, su cui si vorrebbe davvero far luce una volta per tutte. Ma per rispetto a quei morti, il metodo da utilizzare non è secondario. E quello utilizzato in La trattativa, se a tratti è efficace (si ride anche parecchio: notevole la caratterizzazione “doppia”, da giovane e meno giovane, di Massimo Ciancimino con due ottimi attori), lascia perplessi nel continuo mescolare i piani tra realtà e finzione (e tra vero e verosimile), forzando la mano allo spettatore che non ci si raccapezza più oppure può prendere per oro colato quello che sono solo deduzioni o ipotesi (nella migliore dlele ipotesi). ,Soprattutto, rimangono pesanti dubbi sulle sue finalità: suona curioso un contributo a dissipare le ombre in cui, a tante possibili verità, si aggiunge un polverone (a tratti diffamatorio: come una frase sul presidente Giorgio Napolitano) o una cortina fumogena su tutto e tutti. Eppure, a sorpresa, il finale regala anche un momento spiazzante e commovente: quando si torna alle immagini iniziali, con un surreale esame di teologia, in carcere, del pentito Gaspare Spatuzza che rievoca il sorriso di don Puglisi dopo essere stato colpito a morte. Un esempio, per il pentito, della Grazia. Un tarlo che non lo ha abbandonato, portandolo a un’inaspettata conversione. Ancor più inaspettato trovare questo episodio alla fine di questo film.,Antonio Autieri,

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