La terra dell’abbastanza

La terra dell’abbastanza

- in AL CINEMA, CONSIGLIATO, FILM
4468
Commenti disabilitati su La terra dell’abbastanza

Due giovani sbandati di periferia investono di notte un uomo. Un dramma, che può rivelarsi una fortuna quando si scopre chi hanno ucciso

Download PDF

Manolo e Mirko sono simili e diversi. Frequentano l’istituto alberghiero ma non hanno voglia di studiare, sono senza arte né parte e sognano di “svoltare”. Ma il primo è sicuro di sé e strafottente quanto è l’altro è nervoso e insicuro (e soffre per una madre che sfiorisce e vive di fatiche e sacrifici). Una notte, guidando per una strada deserta, spunta un uomo in mezzo al nulla che finisce sotto la loro auto: i due ragazzi, spaventati, scappano senza prestare soccorso e rifugiandosi dal padre di Manolo. Il quale consiglia di fa finta di niente e dimenticare tutto, se davvero non li ha visti nessuno. Quando però sentirà, in un bar, che l’uomo che i due hanno investito è un “infame”, ovvero un pentito di un clan malavitoso che collaborava con la polizia e si nascondeva dalle possibili vendette, la “strategia” del genitore cambia: perché non andare dai capi del clan e rivendicare quell’omicidio come voluto, per ingraziarseli ed entrare nel loro “giro”? Prima Manolo e poi anche Mirko (inizialmente tenuto fuori) iniziano l’apprendistato criminale, che li riempie di soldi e li vede scalpitare per prove sempre più “coraggiose”.

Il debutto alla regia dei fratelli/gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, presentato al festival di Berlino 2018, è un’opera prima tesa e vigorosa. I due giovani autori (che curiosamente hanno frequentato, come i due protagonisti, l’istituto alberghiero prima di fare una serie di umili lavori) partono dalla consueta storia criminale di periferia con ragazzi che vivono esistenze tra disagio e tentazioni di facili scorciatoie, ma non si fermano a una fotografia di squallore come tanti altri colleghi meno talentuosi. La terra dell’abbastanza, pur non facendo sconti alla descrizione, al contesto e pure al linguaggio (il solito romanesco, che magari respingerà qualcuno, e ovviamente il solito uso di espressioni e parole “colorite”: d’altronde non siamo a Oxford…), è anche altro: una storia di amicizia, che se all’inizio ci sembra banale e superficiale come tante, ha nell’epilogo drammatico il suo toccante apice (ma non sveliamo di più); una rappresentazione del desiderio di “roba”, quasi aggiornamento contemporaneo a quello che avvelenava corpi e anime nei racconti verghiani (e tra le cose ci sono anche le donne, trattate come oggetti); un ritratto fenomenale e inquietante di padre (strepitoso Max Tortora, popolare comico per la prima volta utilizzato in un film di diverso genere, che non perde i suoi tratti di macchietta ma calati in tutt’altro involucro narrativo); una tragedia cupa sul senso di catastrofe incombente di persone e cose in ambienti dove la vita sembra valere pochissimo.

Sicuramente al centro, fin dal titolo, c’è la riflessione su una ricchezza desiderata, sulle cose da avere e da comprare; un’abbondanza che è fittizia, nel mentre non ci si accontenta mai (dell’abbastanza). E su questo versante, in un film non privo di difetti (ma anche di scene respingenti) come è normale che sia in un’opera prima, forse qualche tratto meno originale lo si può anche trovare. Ma a rimanere impressi sono i due ragazzi, Manolo e Mirko, che si buttano in una spirale imboccata con inconsapevole e terribile baldanza: due giovani ben interpretati da Andrea Carpenzano (rivelatosi con Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni) e dal sorprendente Matteo Olivetti (al primo ruolo importante dopo una gavetta televisiva, iniziata poco più che bambino), che tengono testa a grandi professionisti come Luca Zingaretti – piccolo e incisivo il suo ruolo, tutto di sottrazione, gestito con grande classe – e danno verità ai propri personaggi. Merito dei due fratelli D’Innocenzo è aver inquadrato questa amicizia sbagliata in un racconto duro, teso, non banale e anche da un finale logico ma anche sorprendente. In forza di una capacità di scrittura e di regia che non è consueta alla loro età (non hanno ancora trent’anni) e di una naturale predisposizione che è sì di ottimi collaboratori – notevole la fotografia di Paolo Carnera – ma anche di un occhio cinematografico che è loro (anche la loro formazione visiva parte dalla fotografia), passati direttamente dalla scrittura, anche per altri (ma si tratta ancora di inediti) al set senza passare nemmeno da un cortometraggio. Se non si perdono per strada, il cinema italiano ha trovato due nuovi nomi su cui puntare.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...