La terra buona

La terra buona

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Una ragazza inquieta va in un paesino di montagna con un amico, in cerca di un religioso e di uno strano medico, con la speranza di poter guarire da un brutto male

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In un paesino di poche anime, due forestieri si notano. Così quando Gea e Martino salgono da Roma nella piemontese val Grande, al confine con la Svizzera, i pochi abitanti del posto dove si fermano se ne accorgono e li guardano con diffidenza. Loro sono in cerca dell’anziano sacerdote padre Sergio, che sta in un posto sperduto in alta quota a quattro ore di cammino; impresa ardua per Gea che non sta affatto bene, e sgradevole per Martino (che accompagna l’amica in difficoltà, ma vorrebbe fermarsi solo per una notte), e però in qualche modo raggiungono il posto. Ma in realtà non è precisamente padre Sergio l’oggetto della loro ricerca, quanto uno strano medico (Mastroianni, detto Mastro) rifugiatosi lì per i problemi con la legge a causa delle sue ricerche oncologiche sperimentali. Le sorprese saranno tante, in quei giorni. Guarirà la ragazza? E i due giovani, ma anche Mastro e il suo agitato assistente Rubio, troveranno in quel posto di Paradiso dove non c’è niente la serenità che per padre Sergio – e anche per il suo corpulento aiutante Gianmaria – sembra una conquista definitiva?

Ispirandosi a tre storie vere fuse in un’unica, il regista Emanuele Caruso (classe 1985, al suo secondo film) mette tanta carne al fuoco: ci sono parecchie suggestioni religiose e spirituali, l’elogio della vita semplice naturale e anche il tema delle cure alternative nei casi di malattie “incurabili”. In alternanza tra momenti profondi (padre Sergio è una figura curiosa e bella, grazie anche all’interpretazione del grande Giulio Brogi; ma lo spunto più sincero tra i tanti è la struggente mancanza del papà defunto per Gea) e altri più prevedibili o banali. Certi dialoghi andavano rifiniti di più (meglio, e non è un’ironia, i rari momenti di silenzio e contemplazione), i personaggi principali sono appena abbozzati e lasciati all’estro di navigati professionisti come Brogi e Fabrizio Ferracane o di giovani talentuosi come Lorenzo Pedrotti e Viola Sartoretto (e quelli di spalla, come Rubio/Cristian Di Sante o nel finale il Comandante dei Carabinieri interpretato dal pur bravo Sergio Albelli, sono proprio mal tratteggiati), mentre i vari attori “dilettanti” non reggono il passo dei professionisti. E soprattutto nel confuso finale, lo svelamento di tanti segreti fa il paio con brutte scorciatoie (troppi articoli di giornale…) e cadute di tono: soprattutto quando alcuni abitanti del paese, tra cui il matto del villaggio, salgono su in montagna per cercare di trarre guadagno da quel che hanno scoperto. Quanto alle musiche, si alternano melodie dolci e intriganti a curiosi e inspiegabili intermezzi “western”. E poi la maggior perplessità sull’opera: l’elogio delle cure alternative – anche se con una serie di spiegazioni “cautelative” (per Mastro, vivere bene fa bene al malato – su un tema come il cancro fa pensare non solo alla meritoria ricerca, ma anche a tanti improvvisati “sciamani” di cui le cronache italiane sono state piene.

Ma La terra buona è un film che, al di là dei non pochi difetti, fa molta simpatia e per vari motivi. Come la precedente opera di Caruso E fu sera e fu mattina (dove si era segnalato per bravura lo stesso Lorenzo Pedrotti), è stata realizzata con pochi soldi raccolti “dal basso”, soprattutto con il crowfunding e il sostegno di oltre 80.000 euro da più di 500 persone (ringraziate nei bellissimi titoli di coda, molto creativi perché contengono anche tutta una serie di dediche ad altre persone che hanno fornito aiuto o semplicemente amicizia a chi realizzava con difficoltà il film); come il precedente, anche questo film è stato un piccolo grande caso in Piemonte e, forte di quel successo locale, ora cerca la sua strada anche nelle altre regioni. Ma stavolta c’è qualche mezzo in più ed è tutto un po’ più curato. E se le ambizioni sono sempre un po’ fuori controllo (lì al centro c’era addirittura l’annuncio che il Sole stava per esplodere, con conseguente fine del mondo…), meglio il rischio un po’ folle di un giovane autore fuori dagli schemi con i suoi “strani” film che l’ennesima operina modesta e inutile. Tra le tante sorprese del film, una su tutti spiazza: conoscere la storia della Biblioteca più alta d’Europa, realmente esistente e realizzata in quarant’anni di vita dal vero padre Sergio, un monaco benedettino considerato un sant’uomo da queste parti e amato dai disperati di ogni risma che accoglieva nel suo eremo (è morto nel 2014 a 84 anni). La biblioteca, che si trova a Marmora (CN) in alta Val Maira e che poi è diventata grazie al film oggetto di “pellegrinaggi” e visite, conta circa 70.000 libri, tra cui moltissimi volumi antichi e oggi introvabili. Tutti raccolti appunto da padre Sergio, che credeva nel potere della cultura sulla crescita spirituale delle persone anche con la vita più degradata possibile. Incredibile che di questa storia e del suo grande creatore non si sapesse nulla, fuori dalla zona: un grande merito del film e del suo regista.

La storia è stata però trasportata dalla Val Maira (dove fu girato e ambientato Il vento fa il suo giro, che un po’ lo ricorda anche se con uno stile più maturo e una storia più amara) nella vicina Val Grande, in provincia di Verbania: un’area simile, di 152 km quadrati priva di segni di vita (senza strade, case, negozi, pali della luce o segni di civiltà e con alcune zone ancora inesplorate all’uomo), ma che per la sua maggior vicinanza alla Svizzera si prestava anche narrativamente meglio. La terra buona mostra, di queste terre, panorami inediti e bellissimi – visivamente il film è affascinante – e suggerisce una via più distesa all’esistenza, senza impuntarsi su singole ricette (l’attenzione all’alimentazione va di pari passo con l’orgogliosa difesa del vizio del fumo da parte di padre Sergio) ma lasciando l’impressione di un’utopia per anime belle, che magari fa presa su chi vorrebbe “evadere” dal mondo confuso di oggi, pur basandosi peraltro sulla concretezza cristiana (il messaggio evangelico del non affannarsi per i beni di questo mondo è netto e sentito).

Su tutto però prevale, alla fine della visione, il fascino di luoghi, sapori, tradizioni che è giusto preservare e far conoscere e apprezzare. Spesso si parla di cinema dei territori, ma talvolta è solo una, legittima, strategia promozionale a fini turistici. Qui invece c’è molto altro: il sincero desiderio di far scoprire una realtà bella e personaggi veri, che – si intuisce – hanno colpito prima di tutto chi ha raccontato questa storia.

Antonio Autieri

About the author

Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...