La tenerezza

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Un uomo anziano rimasto solo, che ha allontanato da sé i due figli, si apre a una famiglia di vicini di casa

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Dell’anziano Lorenzo, avvocato che vive nei quartieri del centro “nobile” di Napoli, scopriamo i dettagli a poco a poco. Un tempo di successo, la sua reputazione professionale si è guastata per chiacchiere su presunti imbrogli per clienti poco trasparenti. L’avvocato si è appena salvato da un infarto, quasi dispiaciuto di essere ancora vivo. È un misantropo che – rimasto vedovo – ha allontanato da sé i due figli che dice di non amare: il giovane Saverio, superficiale e interessato solo ai suoi progetti, e la più matura Elena, traduttrice della lingua araba per il Tribunale (e con un passato sentimentale turbolento) che soffre in silenzio per la distanza dal padre. Lorenzo non ha rapporti quasi con nessuno – e pesa non poco una pagina triste della sua vita coniugale, che riemergerà a un certo punto – se non con il nipotino Francesco (concepito da Elena durante un viaggio in Egitto), forse l’unico che accetta il suo carattere burbero e scostante, fatto di battute sarcastiche e dichiarato disinteresse per la vita degli altri. Un uomo che si basta a se stesso. Finché arriva nell’appartamento accanto al suo una famiglia di nuovi vicini di casa: Fabio, ingegnere navale del Nord Italia, è un giovane sensibile, spaesato dai continui cambi di città per il suo lavoro, che si porta dietro un bagaglio di fragilità (da bambino balbettava, chiedeva a tutti “sei mio amico?”; da padre, non sa stare con i figli); Michela, solare e gioiosa e con una vita inizialmente molto libera («poi lui mi ha bloccata» dice bonariamente riferendosi al marito), si apre facilmente agli altri. Lei e tutta la famiglia, compresi i due bambini piccoli, entrano come un uragano nella vita dell’anziano avvocato che passa sempre più tempo da loro e che sembra – pur mantenendo sempre un po’ il suo atteggiamento pungente – davvero interessato a quella giovane famiglia. Tanto da smentire le sue stesse frasi di autosufficienza e da iniziare a provare un imprevedibile affetto per loro. Ma un avvenimento inaspettato cambierà tutto. E causerà una serie di fatti a catena, che metteranno pesantemente in crisi l’anziano Lorenzo.

Con La tenerezza, Gianni Amelio parte dal romanzo di Lorenzo Marone La tentazione di essere felici per tradirlo come già fatto in altri suoi film (e come è legittimo che sia). Tra i punti a suo favore c’è sicuramente la prova del protagonista Renato Carpentieri, grande attore di teatro, che debuttò al cinema proprio con Amelio in uno dei suoi film migliori (Porte aperte, dal romanzo di Sciascia, del 1990). L’interpretazione e il ruolo di Carpentieri sono il potente fulcro attorno al quale si dipanano i tre atti di questo film dolentissimo: la prima parte, con la presentazione del personaggio, quella del rapporto con la famiglia di Fabio e Michela, la parte finale – quella su cui non si può svelare nulla – molto intensa con nuovi gesti, antichi rapporti nuovamente cercati e una figlia che prende uno spazio decisivo. Meccanismi che funzionano abbastanza bene, grazie anche ad attori come Elio Germano, Micaela Ramazzotti e Giovanna Mezzogiorno (con un cameo importante di Greta Scacchi, in uno dei momenti più raggelanti), mentre è poco efficace Arturo Muselli nella parte del figlio Saverio. Il vero problema è che il punto di svolta del film – un colpo di scena che è un terribile pugno nello stomaco – è preparato sì da indizi sparsi qua e là ma anticipato soprattutto da una scena poco convincente davvero debole nell’introdurre i tragici accadimenti successivi. Il che inficia non poco la credibilità del tutto. Ma qua e là si avverte un che di troppo programmatico nel definire personaggi e ruoli, che se non fossero appunto riscattati da ottimi attori (ne fa le spese soprattutto il pur bravo Germano, nonostante il personaggio abbia una serie di caratteristiche ben precise ma un po’ troppo “dette”; ma un po’ anche la Ramazzotti nel consueto personaggio di donna vitale) rimarrebbero figure evanescenti. Anche la scena in cui Germano scaccia un venditore ambulante straniero è tanto forte quanto un po’ troppo artefatta. Insomma, c’è più di un problema di scrittura a nostro parere. E se è vero che Amelio ha sempre puntato su sentimenti forti bilanciati da un “allontanamento” in funzione antiretorica, qui il metodo rischia di risultare più respingente che nei suoi film migliori: illuminando tanti singoli momenti ma compromettendo un po’ il risultato finale.

Amelio, da grande regista e narratore, propone comunque allo spettatore non solo tante sequenze che rimangono impresse ma anche tanti spunti interessanti di riflessione: sul rapporto padre/figli, sui rancori che si sedimentano in una famiglia, sulle frustrazioni infantili che – se non risolte – creano disturbi nel presente, sui guasti di un’educazione priva di calore e affetto, sull’aridità di cuore che può inacidire una vecchiaia tutt’altro che serena. E, dopo tanto soffrire (e l’introduzione di scene e personaggi che un po’ appesantiscono l’ultima parte), arriva alla tenerezza del titolo con una bella scena finale che dà un po’ di respiro e di speranza, regalando forse una possibilità nuova a un padre (e a una figlia) sconfitto dalla vita e dai suoi errori. Peccato che ci arrivi alla fine di un film diseguale, che poteva risultare memorabile sfruttando meglio i tanti elementi a disposizione.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...