La tartaruga rossa

La tartaruga rossa

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Un uomo fa naufragio, dopo che una tempesta spazza via la sua barca, su un’isola deserta. Scoprirà presto un’entità misteriosa che gli impedisce la fuga

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Non sappiamo nulla di quell’uomo che si trova in mezzo all’oceano con la sua imbarcazione, travolta dal mare in burrasca. Quando viene spazzato via, per lui sembra finita di fronte allo spettacolo tremendo di una Natura ostile. E invece lo vediamo poi svegliarsi su un’isola deserta (a parte qualche animaletto) e rigogliosa, dove si organizza per tentare di andarsene, costruendo una zattera. Ma per tre volte un’entità misteriosa gliela distrugge e lo costringe a restare. Scoprirà che si tratta di una grande tartaruga rossa, che sembra avere un conto aperto con lui: perché si accanisce e gli impedisce di andarsene? La tartaruga è in realtà una creatura magica che nasconde un segreto…

Film inconsueto, con un’animazione per adulti (anche perché è completamente muto: anche se il “concerto” di suoni e “voci” – le urla e i sospiri dell’uomo, i versi degli animali – a tratti non lo fa sembrare tale), La tartaruga rossa è la prima coproduzione del giapponese Studio Ghibli (la “factory” di Hayao Miyazaki, il maestro di tanti capolavori animati da La città incantata a Si alza il vento), con case di produzione europee (francesi e belghe). Una sfida affidata al regista olandese Michaël Dudok de Wit, al suo esordio – a 63 anni suonati – nel lungometraggio dopo tanti corti, spot e collaborazioni a film di animazione altrui. In soli 80 minuti il regista racconta solo attraverso le immagini con semplicità e pulizia formale, grazie un mix di animazione tradizionale a mano ed elaborazione al computer, l’esistenza di un uomo colto nel momento di massimo dramma e rischio per la propria vita, che si trasforma poi – dopo un sorprendente colpo di scena – in una storia ricca di poesia con l’apparizione di una creatura femminile misteriosa. Da loro nascerà un bambino, che poi diventa uomo: il ciclo della vita proseguirà con naturalezza il suo corso.

Lo sguardo è poetico e al tempo stesso ricco di inquietudine perché non sono nascosti drammi e contraddizioni del vivere. In mezzo, tante immagini stupefacenti (il cielo stellato, la distesa infinita del mare visto da un’altura, la donna dai lunghissimi capelli rossi, i personaggi in volo; ma anche allucinazioni e tempeste) che disegnano il rapporto tra Uomo e Natura in un film – candidato all’Oscar per il miglior film animato – che certo non si rivolge a un pubblico di bambini e forse nemmeno ragazzi, anche per via del tono “filosofico” tra metafore e allegorie. Sono toccanti i gesti di tenerezza tra l’uomo e la donna e poi con il figlio che nascerà; un figlio che ripeterà gesti e azioni del padre (anche rischiose) e i suoi slanci, salvandogli poi la vita. I genitori dovranno poi necessariamente accettarne la crescita e il desiderio di trovare altrove il proprio posto nel mondo. Infine l’epilogo, in cui il corso delle cose porta alla morte dell’uomo e al ritorno alla tartaruga rossa. Arricchiscono il tutto musiche molto belle e malinconiche, in un’opera inconsueta ed enigmatica, un poema visivo certo “per pochi” cinefili. Ma sicuramente tra le più apprezzabili nel genere di animazione viste negli ultimi anni.

Antonio Autieri

 

 

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...