Se la strada potesse parlare

Se la strada potesse parlare

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Tish e Fonny si amano, lei rimane incinta e lui viene arrestato per un delitto che non ha commesso.

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Harlem, anni 70. Tish e Fonny, entrambi di famiglie nere, sono vicini di casa, si conoscono da quando sono bambini: lei lavora come commessa in una profumeria, lui come falegname ma vorrebbe fare lo scultore. I due scoprono di amarsi vogliono sposarsi e lei, appena diciannovenne, rimane incinta, ma lui viene arrestato con un’accusa di stupro che non può aver commesso. Seguiamo i nove mesi della gravidanza di Tish con flashback sul loro innamoramento e un epilogo anni dopo, il supporto della famiglia, l’odio della madre di lui, i tentativi di farlo scarcerare e i sogni di una vita inseme che vanno in frantumi.

Pasolini diceva: «Se non si grida evviva la libertà con amore, non si grida evviva la libertà»: ecco, Barry Jenkins con questo singolare, dolcissimo film ha fatto proprio questo. Tratto dall’omonimo romanzo di James Baldwin, scrittore afroamericano di forte impegno civile, scritto e diretto e fortemente voluto (la sceneggiatura era pronta dal 2012) da Barry Jenkins, regista anch’egli afroamericano, divenuto famoso grazie al successo del suo secondo film Moonlight (tre premi Oscar nel 2017: miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura e miglior film). Jenkins è un discendente ideale del cinema civile di Spike Lee, e si inserisce tra quelle nuove voci della cultura afroamericana del cinema contemporaneo come Ava DuVernay e Dee Rees. Già con Moonlight Jenkins aveva gridato allo scandalo della discriminazione e dell’emarginazione, e con questo nuovo film prosegue il discorso, ma il grido diventa un cantico sommesso e dolce. Non interessa più solo denunciare una mancanza, ma far emergere, nonostante quella mancanza, tutta la bellezza che c’è e resta.

C’è la situazione economicamente e socialmente faticosa delle famiglie nere, i lavori umili, la fatica di trovare una casa, c’è l’ingiustizia che subisce Fonny, che viene usato come capro espiatorio per un delitto che non ha commesso, c’è la fatica di una gravidanza portata avanti da una donna senza compagno. Ma c’è anche tanto amore, tanta bellezza: nonostante tutto i protagonisti Tish e Fonny si amano, c’è la famiglia di Tish che la sostiene in tutto e che le è veramente vicina; i protagonisti sono belli, vestiti bene, li vediamo mangiare, bere, ballare, amarsi. C’è molta emozione dichiarata con sincerità e molto melodramma. Ci sono luci, colori, musica, il film straborda di amore per la vita e di desiderio di bellezza. A realizzare questa bellezza ci sono i protagonisti, sconosciuti e meravigliosi, e tutto il cast, su cui spicca Regina King nel ruolo della madre, che per questo film ha vinto il Golden Globe come miglior attrice non protagonista ed è stata candidata all’Oscar. Ci sono le immagini stupende del direttore della fotografia James Laxton e le musiche incredibili di Nicholas Britell (anche queste candidate all’Oscar) e anche il testo bellissimo di Baldwin adattato da Jenkins (terza e ultima nomination, per la sceneggiatura non originale).

La fatica della vita raccontata però con amore, un amore che è un riconoscimento e un attaccamento a quello che c’è, e che diventa anche il motore dei personaggi nello sguardo sulla realtà. La madre in un momento di grande difficoltà dice a Tish: «È stato l’amore a portarti qui, fidati di lui e continua a seguirlo», e in maniera coerente (e coraggiosa) il film non può che chiudersi con una preghiera. Le difficoltà rimangono ma tutto ciò che è avvenuto è avvenuto per un motivo e c’è tanto di cui ringraziare. Il grido c’è ed è forte, ma “Viva la libertà” è gridato, chiesto con amore.

Riccardo Copreni