La strada dei Samouni

La strada dei Samouni

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Un anno dopo i tragici avvenimenti che a Gaza hanno stravolto la loro vita, la famiglia Samouni guarda al futuro e alla ricostruzione

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Prima c’era un sicomoro. Una casa, un’altra, un’altra ancora. Una famiglia, un padre e una madre. Prima c’era tutto. Ora c’è il ricordo, l’assenza. La strada dei Samouni, il bellissimo film di Stefano Savona che unisce documentario e animazione di Simone Massi, conduce gli spettatori ad assaporare il peso della morte, l’essenza della nostalgia, la pacatezza silenziosa della dignità, ma anche la speranza che un matrimonio, un’operazione possa far rifiorire quel deserto di macerie e morte.
Siamo a Gaza, dieci anni fa e due giorni dopo Natale. L’operazione israeliana “Piombo fuso” inizia a seminare bombe su Gaza, puntando indistintamente su quartieri militari e civili. Come quello apolitico della famiglia Samouni, che porterà alla morte di 29 persone. Gli occhi dei bambini hanno visto, i giovani hanno subito la loro incapacità a poter fare qualcosa per cambiare; le donne, quelle rimaste ora, cucinano e lavorano per un futuro che hanno ricevuto in eredità dai loro mariti. Sui loro volti la macchina da presa si posa, e non c’è inganno, ricostruzione o finzione che ci faccia percepire la presenza di qualcuno che sta manovrando la realtà per raccontare il suo punto di vista. C’è Amal, la bambina che sorride, ma non piange e che lucidamente racconta le macerie, sotto le quali era sepolta e che le hanno lasciato le schegge nel cervello, c’è sua cugina che ci mostra l’interno della casa, dove i muri hanno tombe disegnate da soldati senza cuore, in contrasto con i suoi disegni colorati che raffigurano la bomba, gli spari, l’uccisione della madre. La fede in Allah, che tutto governa, e nel Corano offre spiragli di luce e di vittoria, come nella sura dell’Elefante: l’animale che devasta, rovina ma che non vince perché stormi di uccelli “lancianti pietre di argilla indurita, li riduce come pula svuotata”.
Le animazioni di Simone Massi (grande film maker, tra l’altro autore delle sigle che precedevano, dal 2012 al 2016, tutti i film della Mostra di Venezia) e del suo team dei disegnatori entrano nel fluire del racconto, si fanno passato, sogno, desiderio. E si fanno realtà che sarebbe impossibile da narrare. Ciò che rende diverso questo film da tutti i lungometraggi che hanno raccontato l’inutilità della guerra israelo – palestinese per confini e terra che sono confini e terra di popoli, è la ricostruzione del dopo conflitto. Non delle ragioni o delle verità degli israeliani e dei palestinesi. Ma dell’illogicità del dominio dell’uomo sull’uomo che conduce alla distruzione, alla non creazione, al deserto. Eppure i legami restano. E nel buio della notte la musica di un matrimonio sarà l’ultima immagine che resta.

Emanuela Genovese