La sposa promessa

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Per la diciottenne Shira è arrivato il momento del matrimonio. Ma quando sua sorella muore, le viene proposto un altro uomo, ovvero il cognato vedovo…

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Nel mondo dell’ebraismo chassidico (una forma di ortodossia particolarmente rigorosa) la vocazione della donna si realizza ancora totalmente nel ruolo di sposa e madre. Un matrimonio “combinato”, in cui hanno un ruolo la famiglia e la comunità, ma certo anche un matrimonio d’amore. Per la giovane Shira, quindi, come per le sue coetanee, uno sguardo rubato in un supermercato al promesso sposo, un incontro di poche ore nel salotto di casa, sono il presupposto sufficiente per una vita in comune capace di portare felicità e compimento. È quello che le è stato insegnato ed è quello che attende da sempre. Ma il destino ha altro in serbo per lei…

Il lutto imprevedibile, la perdita di una moglie, figlia, sorella amatissima, che lascia un vedovo e un orfano, scardina i progetti e le aspettative non solo di Shira, ma anche della sua famiglia e di un’intera comunità cambiando un destino che sembrava già scritto e gioiosamente accettato. L’idea di un matrimonio tra ex cognati nasce, come potremmo aspettarci, non da un qualche ancestrale tabù o tradizione ma dall’umana debolezza di fronte al dolore. È la madre di Shira, che vede nel nipotino l’ultimo legame con la figlia morte e che vuole evitare che il genero si sposi con una donna che vive in Belgio e lo porti lontano, a pensarci per prima.

La proposta scatena la tempesta nel cuore di Shira, una giovane donna desiderosa di ascoltare i segni di Dio, per quanto misteriosi, e a volte dolorosi, ma soprattutto di rendere felici quelli che le stanno intorno, a costo di forzare la propria natura e i propri sentimenti. La telecamera pedina con pudore e discrezione la sua lotta interiore e l’evoluzione del suo rapporto con il cognato Yochai, che più facilmente di lei sembra accettare il nuovo matrimonio e non solo, a quanto sembra, per dare una madre amorevole al proprio figlio appena nato, ma perché convinto di poter trovare in lei qualcosa che Shira non vede (ancora). La questione del matrimonio, in una comunità di questo tipo, sembra avere a che fare con dovere e impegno più che con la passione o l’innamoramento come il mondo occidentale li intende. Eppure sarà proprio la voce del saggio rabbino a ricordare a tutti quanto essa, come ogni forma di vocazione, non sia affatto disgiunta dai sentimenti. ,La storia che di qui si dipana semplicissima è un piccolo capolavoro di profondità e delicatezza, che riesce a raccontare una vicenda umana insieme irripetibile ed universale, radicata in una comunità particolare e molto isolata, ma intessuta dei sentimenti, desideri e dilemmi di ogni uomo e donna.

La pellicola di Rama Burshtein (regista e sceneggiatrice, lei stessa membro della comunità ebraica ortodossa – quella chassidica di Tel Aviv – dove si svolge la vicenda) è valsa meritatamente alla sua protagonista la Coppa Volpi per la migliore interpretazione a Venezia. E avrebbe a buon diritto potuto aspirare al Leone d’oro, essendo uno dei migliori film del festival. Il mistero del rapporto tra uomo e donna che si incarna nel matrimonio è quanto sta a cuore di raccontare alla regista, che per esplorarlo usa una intreccio scarno ma calibratissimo, dove ogni piccolo evento diventa elemento necessario di un percorso di crescita personale né ovvio né predeterminato. Alla fine Shira, per poter rispondere con verità alla domanda che il destino le pone, dovrà andare a fondo di ciò che veramente desidera dal matrimonio e per la sua vita. La sua vicenda, così, diventa anche una parabola su qualunque vocazione personale, intreccio misterioso di libertà umana e iniziativa divina, che si rivela spesso in modi contraddittori e incomprensibili.

La vita dei chassidim, regolata in modo minuzioso, fatta di rituali, preghiere, indicazioni e divieti che “separano” dal mondo può sembrare assurda vista da un estraneo (significativo il gesto con cui il giovane religioso chiude fuori di casa i rumorosi festeggiamenti laici di Purim) ma è evidentemente vissuta con sincerità e convinzione dai diversi personaggi, tutti a modo loro indimenticabili: il rabbino della comunità, la zia senza braccia, l’amica zitella, il sensale di matrimoni, i genitori di Shira. Ed è proprio l’economia cui “costringe” l’osservanza della legge a far sì che in questo mondo non ci sia uno sguardo o un gesto che non assuma un peso profondo, trasmettendo allo spettatore capace di aprirsi ad esso la medesima intensità di emozioni.

Laura Cotta Ramosino

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