La settima onda

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Un pescatore incontra un famoso regista, con cui può condividere la sua passione per il cinema e allontanare i tanti problemi della sua vita

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È tanto improbabile quanto, in realtà, ispirata a una storia vera la vicenda raccontata in La settima  onda, secondo film da regista dell’attore Massimo Bonetti (che ebbe il suo momento di massima notorietà negli anni 80, con serie tv di successo come Storia d’amore e d’amicizia e alcuni film come Ultimo minuto di Pupi Avati e Le vie del Signore sono finite di Massimo Troisi). In un imprecisato paesino meridionale sul mare, il pescatore Tanino fa la conoscenza di Saverio Monti, regista famoso e invecchiato dal dolore di aver perso in un incidente moglie e figlia. Con lui si intreccia lunghe conversazioni sulla vita e sul cinema, e diventano amici. Ma la vita per Tanino – dall’animo nobile e un po’ sognatore – è dura, tra la moglie licenziata, una suocera acidissima e le tentazioni di uscire dai problemi accettando la scorciatoia illegale dell’aiuto, non disinteressato, di criminali del luogo. Come ne uscirà il buon Tanino?

Passato anni fa dal Bifest, il festival internazionale di Bari, il film sembrava condannato a rimanere inedito finché è stato riproposto da una piccola distribuzione. Ammirevole il coraggio, ma il film è davvero poca cosa. Bonetti – che pare si sia ispirato a un incontro che gli successe davvero – con la regia non sembra aver nulla a che fare, limitandosi a filmare immagini da cartolina tra una (pessima) scena e l’altra e non riuscendo neppure – che è il colmo, per un attore – a tirar fuori il meglio da un buon cast. E invece il protagonista Francesco Montanari (per nulla credibile con la sua cadenza siciliana forzatissima), la dolente Valeria Solarino e il “regista” Alessandro Haber (sempre sopra le righe, se non viene tenuta a freno la sua indubbia ma debordante classe) sono qui al loro minimo storico. Ma la colpa sta nel manico, nella regia e prima ancora in una sceneggiatura che, mentre la storia naufraga nella noia e nel disinteresse per lo spettatore, consegna agli interpreti dialoghi a dir poco ridicoli e richiede loro scene madri imbarazzanti. Le scene di ubriacatura, per dire, dovrebbero essere vietate. Se non le si sanno fare il disastro è sicuro.

Antonio Autieri

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Scrivo di cinema dal 1992. E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line...